Dai flop s'impara, le delusioni portano soddisfazioni
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Quel magico potere
di errori e insuccessi
ROSELINA SALEMI


Dietro ogni grande successo c’è sempre un fallimento". Parole di Joan Rowling, la "mamma" di Harry Potter, rivolte ai neolaureati di Harvard, e oggi raccolte nel libretto "Buona vita a tutti" (Salani editore). Il concetto-chiave? Dai flop, lavorativi, economici, emotivi si impara. Il metro per misurare il disastro è personale, ma il mondo è "ansioso di fornirti un insieme di criteri".  Secondo qualsiasi criterio, a sette anni dalla laurea Joan Rowling era in piena crisi: madre single, disoccupata, povera: "Non conoscevo nessuno più fallito di me". Eppure è riuscita a concentrarsi su ciò che era essenziale (scrivere) e a credere in se stessa.
Una ricetta valida per tutti non c’è. Ma il filosofo francese Charles Pepin, nel saggio "Il magico potere del fallimento. Perché la sconfitta ci rende liberi " (Garzanti) esalta una tendenza ormai entrata nelle case history: per avere successo è indispensabile sbagliare qualcosa, fare passi indietro, ammettere errori di visione, cambiare prospettiva. Visto così, il fallimento non esiste, è soltanto una tappa. Forse per questo George Clooney racconta di quando si considerava già troppo "vecchio" per diventare una star (poi è arrivato E.R. e sappiamo tutti com’è andata), e la supertop Gisele Bündchen delle 42 volte in cui con scarsa lungimiranza l’hanno scartata come modella (tra gli handicap il naso troppo grande). Nel 2006 Amy Winehouse stava incidendo un nuovo album. Ci aveva messo così tanto che la casa discografica pensava di non rinnovarle il contratto. Da quel momento di compressione e di sofferenza (storia d’amore finita, crisi personale) è nata la canzone "Back to Back" scritta in tre ore, che l’ha consacrata definitivamente.
Charles Pépin parla addirittura di un potere "magico" del fallimento. Ascoltare Richard Branson che parla dei propri crash, è parecchio istruttivo: su Virgin Cola riconosce sorridendo che si è messo contro qualcosa più grande di lui. E nell’istante in cui ha guardato Virgin Pulse, il suo lettore Mp3, ha capito di non essere Steve Jobs. Il lato positivo? Ha messo alla prova il proprio talento. Secondo questa visione, fallire significa rinnovarsi, intraprendere nuove strade. Serge Gainsbourg, pittore mancato, è diventato uno straordinario musicista. Senza le delusioni, le soddisfazioni resterebbero sconosciute. Il fallimento ha un legame profondo con la gioia. Le vittorie facili, sostiene il tennista André Agassi, sono "trionfi senza gloria".
Negli Usa la cultura del fail fast è piuttosto diffusa: l’insuccesso vissuto e raccontato è un’esperienza importante, testimonia Papin, una prova di maturità, la garanzia che certi errori non saranno commessi una seconda volta. A Boston, alla facoltà di Medicina, i professori privilegiano nella selezione i candidati che hanno sperimentato un fallimento, per esempio si sono iscritti in un’altra facoltà e l’hanno abbandonata scegliendo poi medicina con la consapevolezza di una vocazione. Insomma, dice Papin, i fallimenti non sono strade senza uscita ma incroci. Possiamo cambiare direzione. Da una start-up andata male è nato Soylent, il pasto-beverone più famoso del mondo; da un blog che molti pensavano avrebbe chiuso per mancanza di finanziamenti è nato il fenomeno Huffington Post. Prima di Papin l’ha detto Mandela: "Non perdo mai, o vinco o imparo".
28.01.2018


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