In sette milioni, per lo più giovani, sono migrati ad ovest
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L'inarrestabile esodo
dall'Europa dell'Est
CLEMENTE MAZZETTA


Duemiladiciassette, fuga dai Paesi dell’Est. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 ha dato libertà di movimento alla popolazione degli Stati "cuscinetto", fra l’Europa e la Russia. Spezzata la "cortina di ferro", milioni di persone, anno dopo anno, se ne sono andate in cerca del benessere occidentale. E dalla ex Jugoslavia, molti hanno scelto la Svizzera.
Così la popolazione di quest’Europa di mezzo, un grande territorio che parte dal Nord, dall’Estonia, Lettonia, Lituania, che passa dalla Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e scende a sud verso l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria, comprendendo i Paesi dell’ex repubblica di Jugoslavia, per oltre 100 milioni di abitanti, si è via via assottigliata. Dal 1989 la Bulgaria ha perso il 20% della popolazione, l’Ungheria il 10%, l’Estonia più del 15%, la Lituania il 24%, la Lettonia il 30%. E così mentre un’Europa si prosciuga, un’altra si ingrossa. Si calcola che siano partiti dai Paesi dell’Est almeno 7 milioni di lavoratori. Soprattutto giovani. Un’emigrazione incentivata dall’entrata nell’Unione europea avvenuta a tappe fra il 2004 e il 2013.
Fatto che ha causato un terremoto politico, sia da una parte che dall’altra. A ovest, in Francia, Italia, Germania, negli anni scorsi si diffuse la paura dell’"idraulico polacco", il timore di un’invasione di lavoratori disposti ad accettare salari più bassi. Paura che per molti è stata alla base del successo dei populisti in Europa e che potrebbe spiegare anche la Brexit. E che nei Paesi dell’ex "cortina di ferro" sarebbe uno dei motivi alla base delle vittorie elettorali dei nazionalisti, dei populisti in Ungheria, Polonia. Ma anche  nella Repubblica Ceca con il miliardario Andrej Babis, fondatore del movimento politico euroscettico di centro-destra, e pure in Slovacchia dove è al potere Robert Fico populista anti-immigrazione. Una spiegazione che non convince del tutto il sociologo Sandro Cattacin dell’Università di Ginevra (vedi intervista a fianco). Che suggerisce piuttosto come chiave di lettura una voglia di ritorno al passato, una reazione alla globalizzazione, all’insicurezza. Un "fermate il mondo che voglio scendere". Come se si stesse andando troppo velocemente. In effetti i Paesi dell’Europa centro-orientale, dalla Polonia alla Repubblica Ceca, dalla Romania all’Ungheria, sono attualmente quelli a più rapida crescita a livello mondiale.
Ma dove sono andati questi emigranti dei Paesi dell’Est? Una minima parte è espatriata oltreoceano, verso gli Stati Uniti. Ma la maggioranza ha cercato fortuna negli altri paesi dell’Unione europea. In Germania in prevalenza, ma anche Italia, Austria, Spagna. Nell’Europa che s’ingrossa, l’immigrazione ha toccato anche la Svizzera, dove, negli ultimi 27 anni sono arrivati di 3 milioni e 400mila immigrati con un saldo positivo (dopo le partenze) di circa 1,4 milioni. Ma più che da nord-est in Svizzera si è registrata negli ultimi trent’anni una forte immigrazione dal sud-est, dai Paesi balcani.
Nel complesso degli stranieri, che hanno ormai superato i due milioni, il 16% (322mila persone, quasi un altro Ticino) proviene dai Paesi dell’ex Jugoslavia, Kosovo, Serbia, Macedonia, Bosnia, Croazia, Slovenia. Stando agli ultimi dati la maggioranza degli stranieri in Svizzera (53%) ha ovviamente origini italiane, tedesche, portoghesi, spagnole. Una migrazione che si sta contraendo, per quell’effetto di "ritorno a casa" di cui parla appunto il sociologo Cattacin.
Il saldo migratorio dei cittadini di Stati dell’Ue/Aels è diminuito di oltre un quarto, mentre quello di cittadini provenienti  dal resto del mondo è rimasto ai livelli del 2016. Si contano anche una minima percentuale di arrivi da Est: gli immigrati dalla Polonia, Ungheria, repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria e dai Paesi baltici s’aggirano attorno al 4,15%.

c.m.
04.02.2018


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