Il ticinese Marco Jäggi spiega come cambia il lavoro
"Né orari o presenze
ma più responsabilità"
MAURO SPIGNESI


Anni fa anche lui aveva un ufficio a Chiasso, organizzato in maniera classica, con orari giornalieri e dipendenti che avevano ruoli precisi. Oggi  le sue aziende che si occupano di risorse umane e di attività finanziarie sono profondamente cambiate. "Ogni collaboratore lavora come gli pare. Nel senso che sceglie a che ora cominciare e finire, non ha l’obbligo di venire nella sede centrale di Caslano e ci teniamo in contatto con email,  WhatsApp e Skype", spiega Marco Jäggi. Il suo modo di fare impresa è cambiato quando ha capito che l’azienda e dunque la sua organizzazione dovevano essere più aderenti al mondo che muta rapidamente.
"In questo senso - riprende Jäggi - è vero che è finito il taylorismo, perché oggi non ha più senso una pianificazione del lavoro piramidale. Il lavoratore ha bisogno di tempo per se stesso, per leggere, seguire corsi, fare viaggi. L’importante è raggiungere gli obiettivi, dunque la soddisfazione del cliente. Perché poi alla fine è lui che paga, garantisce il fatturato e di conseguenza i salari". La piccola rivoluzione di Jäggi è uguale a quella di tante altre aziende. "Direi che è una rivoluzione obbligata. Che peraltro - aggiunge - consente di risparmiare parecchio. Non occorrono uffici giganteschi, i dipendenti non devono prendere l’auto, il bus o il treno. Ma, soprattutto, ho notato che c’è una crescita, una maggiore maturazione dei lavoratori dovuta probabilmente a una responsabilizzazione".
Questo modo di fare impresa alla lunga avrà anche riflessi sul piano sindacale. "Perché - fa notare Jäggi - si tratta di rivedere non tanto le conquiste e i diritti, ma appunto i tempi e i modi di lavorare in un’ottica molto più moderna, senza vincoli".

m.sp.
04.02.2018


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