Il celebre "social" da Londra rilancia la sua strategia
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Il guizzo di Facebook
per evitare le critiche
FEDERICO BASTIANI DA LONDRA


Bring people closer together". Avvicinare le persone. Si concluse con questa frase di Mark Zuckerberg, il Facebook Communities Summit del 2017 a Chicago. In quell’occasione l’imprenditore californiano annunciò la nuova mission di Facebook: non solo connettere le persone on line, ma spingerle a creare comunità reali. Oggi ben 200 milioni di individui fanno parte di gruppi Facebook e proprio su di loro il colosso americano ha deciso di investire. Da una parte ci sono indubbiamente i buoni propositi di Zuckerberg, dall’altra la necessità di avere non solo utenti, ma utenti attivi, solo così la multinazionale americana può continuare ad ottenere profitti.
Negli ultimi tre mesi del 2017 l’azienda di Menlo Park ha perso in termini di attenzione 50 milioni di ore al giorno. Le Facebook Communities sono un antidoto a questo "deficit" perché chi fa parte di una community ha necessità di restare in contatto. Basta pensare, ad esempio, ai gruppi dove si scambiano informazioni di tipo medico, sportivo, o i tanti gruppi di genitori. Facebook ha capito il valore sociale di queste comunità e ha voluto selezionare le best practises europee per il "Facebook Commuty Summit Europe" che si è svolto l’8 e 9 febbraio a Londra.
L’evento ha coinvolto oltre 150 communities provenienti da 21 Paesi, dal Portogallo ad Israele passando per la Turchia. Tra loro anche rappresentanti del "social street", nato per ricreare senso di comunità nella città diventato fenomeno di studio. Tutti aspettavano l’arrivo di Mark Zuckerberg che ha mancato l’incontro inviando però il suo braccio destro Chris Cox. Nel suo discorso Cox ha annunciato nuovi strumenti tecnici da mettere a disposizione degli "admin" affinché sia più semplice gestire le comunità on line e ha annunciato l’erogazione di premi in denaro per le migliori communities. Questo dimostra quando  Zuckerberg creda nelle communities che servono ad unire le persone in un mondo che è sempre più diviso.
Dopo le tante critiche rivolte a Facebook in questi mesi (fake news, influenze sulla politica, bullismo), il summit è stato un’occasione per mostrare al mondo quando c’è di buono sui social network. Facebook sta concentrando gli sforzi affinché il social sia usato con fini nobili. La riunione londinese è stata un’occasione per mostrare la vivacità delle esperienze on line-off line. E chi è stato a Londra ha avuto modo di conoscere comunità nate con l’obiettivo di sentirsi meno soli.
Come Wheelchairs Mafia dell’olandese Frank Sanders. Nel 2012 Frank perse l’uso delle gambe, avviò cosi il suo gruppo Facebook per cercare supporto, consigli da altre persone che vivono sulle sedie rotelle. Il gruppo è cresciuto così tanto, diffondendosi anche in altri Paesi europei, da diventare una "lobby" per cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica e politica su questo tema.
Stefanie  Fassbender a Colonia è admin di un gruppo chiuso nato nel 2016 (Möbelspenden für Flüchtlinge) per mettere in contatto i residenti della città con i richiedenti asilo politico che hanno necessità di mobilio per le loro case. Burcu, una giovane madre, ad Istanbul ha creato una community di ben 9000 mamme (Arastiran Anneler) favorendo gli incontri reali, scambi d’informazioni arrivando a creare una webradio per supportarsi a vicenda e gruppi di Whatapp divisi per quartiere. Allo stesso modo Shara ha creato il gruppo Tel Aviv Parents Support per aiutare le famiglie che si trasferiscono nella capitale e che hanno bisogno di socializzare, di sentirsi meno sole.
Anche il giovane Christian Delanche, fondatore di Wanted Communities in Francia, ha creato una comunità gigantesca che conta oltre 900mila membri fra la Francia e l’Africa divisa in settantanove gruppi chiusi. Ogni città ha un gruppo che è una sorta di enorme forum.
Poi esistono casi in cui semplici gruppi Facebook diventano vere e proprie Ong. Uno di questi riguarda Trude Jacobsen, norvegese, fondatrice di A Drop in the Ocean, conta circa 29mila persone che hanno a cuore il problema dei rifugiati. Tutto è nato dopo un viaggio di Trude a Lesbo nell’agosto 2015 dove ha toccato con mano le difficoltà dei rifugiati nei campi. Ha aperto così una pagina Facebook che è diventata subito virale diffondendosi in 60 Paesi nel mondo. Una grande comunità di volontari che vogliono rendersi utile, dall’insegnamento dell’uso dei computer nei campi profughi, alla distribuzione dei vestiti.
Con 2 miliardi di utenti attivi, oggi Facebook sarebbe il primo Paese al mondo. Se riuscisse a creare vere comunità, forse Zuckerberg potrebbe dare un vero contributo per il cambiamento di questo mondo.
18.02.2018


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