Ecco perché tanti stranieri tornano nei Paesi d'origine
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Il rientro dei laureati
cambia l'emigrazione
TONI RICCIARDI, STORICO DELLE MIGRAZIONI


Partire, restare? Spostarsi all’estero e fare esperienza, acquisire know how per poi ritornare e investire le proprie conoscenze nel luogo di origine sono elementi ricorrenti nella narrativa sulle nuove mobilità. Diciamolo subito, a scanso di equivoci, la fuga dei cervelli non esiste, o meglio, non è declinabile nelle forme e nelle modalità con le quali viene rappresentata. Oggi un diplomato o un laureato rappresentano un cervello in fuga? No, se si considera l’innalzamento complessivo, certo non in maniera uniforme, del livello di istruzione a partire dal secondo dopoguerra. Ieri come oggi sono le persone a spostarsi, con le proprie culture, i variegati profili professionali, il bagaglio di speranze ed aspettative. Partire, fare fortuna all’estero, reinvestire nei luoghi della partenza è, e non da oggi, uno degli elementi più contrastanti della mobilità. Ieri si partiva, si immaginava di restare per qualche anno e nel frattempo si reinvestivano i risparmi in una casa o in altre attività conservando intimamente la speranza del ritorno. Da questo punto di vista, la Svizzera rappresenta il campo di analisi paradigmatico: ha registrato il tasso d’incidenza in termini di presenza di stranieri più alto dell’intero Occidente, superando addirittura gli Stati Uniti, Paese d’accoglienza per eccellenza.
Nel complesso, le nuove mobilità assomigliano al passato. La formazione è indubbiamente superiore, il numero dei diplomati e laureati è maggiore, ma alle motivazioni classiche vanno aggiunte la ricerca di una migliore qualità della vita, il desiderio e la possibilità di studiare all’estero, la voglia di lasciare un Paese incapace di dedicarsi alle nuove generazioni.
Tuttavia, questi spostamenti, confrontati con quelli del recente passato, presentano maggiori affinità negli indicatori che definiamo in senso lato economici. Innanzitutto, si tratta di mobilità spesso temporanee, che progressivamente si trasformano in permanenti in luoghi multipli. Il ridursi dei tempi e dei costi di viaggio consente di mantenere rapporti ben più solidi con le aree di provenienza, con la conseguenza, molto più che nel passato, di "essere diversamente presenti". In alcuni Paesi europei, si pensi ad esempio all’Italia, si registra una crescente presenza di persone provenienti dall’Africa per laurearsi in ingegneria, economia, medicina, agronomia e nelle discipline più disparate e, una volta acquisito il titolo, tornano nel luogo di partenza.
Questo fenomeno è difficilmente riscontrabile in Svizzera o in Inghilterra, dove i livelli salariali e le opportunità individuali prevalgono sulla motivazione pur nobile del ritorno a casa per dare una mano. D’altronde, in Svizzera si registra uno dei tassi più alti di stranieri con elevato titolo di studi. L’attrattività della Confederazione, come di altri Paesi nord europei, è intimamente connessa al sistema economico del singolo Paese. Se dagli anni Cinquanta e fino alla metà degli anni settanta il serbatoio dal quale si attinse fu quello della manodopera dequalificata e basso casto, dagli anni Novanta le ristrutturazioni del sistema economico hanno fatto registrare l’incremento notevole di alte professionalità o di professionalità che si adeguano alle richieste dell’economia, ad esempio si pensi al campo sanitario.
La mobilità, lo ripetiamo, ieri come oggi, è un fenomeno trasversale. Un dato su tutti: nel 2017 più di 30.000 persone con il passaporto rossocrociato hanno scelto di emigrare. Alte professionalità, pensionati, gente comune partono per ragioni diverse, in linea con la storia dell’umanità e della Svizzera, che fino alla fine del XIX secolo è stato un Paese di emigrazione. Quanti torneranno e perché lo faranno? Creare le condizioni per un rientro, usufruire delle competenze acquisite all’estero ormai è divenuto un "leitmotiv". È più facile partire, restare o ritornare? Non esiste una risposta univoca o giusta. Esistono, eventualmente, solo potenziali condizioni da creare, nell’uno come nell’altro caso, affinché venga quanto meno concessa libertà di scelta.
25.02.2018


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