Il professor Trivilini spiega il fenomeno delle false notizie
"Contro le fake news
non basta l'algoritmo"
ANDREA STERN


Il problema delle fake news non sarà risolvibile semplicemente con un bollino", avverte il professor Alessandro Trivilini, responsabile del Dipartimento tecnologie innovative della Supsi.
Perché crediamo così facilmente a notizie false?
"Non siamo abituati a mettere in discussione le informazioni che otteniamo dalla rete. Vuoi perché siamo pigri, vuoi perché strumenti come Google solitamente funzionano davvero bene. Scriviamo per esempio "ho il mal di gola" e troviamo subito tutto quello che vogliamo sapere. Siamo troppo abituati ad avere risposte istantanee".
In che modo le notizie false si infilano tra quelle vere?
"Le fake news lavorano, oltre che sulla pigrizia, sugli aspetti cognitivi. Sono costruite sfruttanto tre elementi fondamentali, ovvero il linguaggio, l’attenzione e la memoria. Se io riesco ad arrivare sullo schermo di una persona con il linguaggio che questa persona usa nella quotidianità, se riesco a catturare la sua attenzione e la sua memoria pregressa, il gioco è fatto. Ho conquistato la sua fiducia e quindi qualsiasi barriera di diffidenza è caduta".
C’è un modo per distinguerle?
"È molto difficile riconoscere le fake news, almeno quelle fatte bene, appunto perché lavorano sugli effetti cognitivi. È un po’ lo stesso meccanismo del phishing, quando per farmi dare i dati bancari da una persona la convinco che ha vinto un milione di dollari. È la capacità di creare un terreno comune tra la notizia e chi la legge, mettendo la persona in uno stato di accudimento".
E per combatterle, sarà possibile usare degli algoritmi?
"Non può essere un algoritmo a determinare l’autorevolezza, l’accuratezza e l’oggettività di un’informazione. Perché l’interpretazione è soggettiva, non può essere generica per tutti. Il rischio è di arrivare al punto che prima di acquistare un gelato chiederemo all’algoritmo qual è il gusto che ci piace di più".
Lo Stato può fare qualcosa?
"Anche in questo caso è difficile, perché chiunque si prendesse il compito di determinare quali notizie sono vere e quali false, dovrebbe anche rendere noti tutti gli elementi che ha utilizzato per validare l’informazione. Piuttosto sono i media che devono cercare di dare autorevolezza alle notizie. Che oggi vanno da Budapest a Boston e vengono riprese tali e quali. Un media dovrebbe invece cercare di inquadrarla sentendo persone che godono di fiducia a livello locale. Altrimenti il rischio è di diventare tutti stereotipati, lobotomizzati".

a.s.
11.03.2018


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