Cosa resta 50 anni dopo della protesta che mutò la storia
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La rivoluzione del '68
che stravolse i valori
SANDRO CATTACIN E FIORENZA GAMBA, UNI GINEVRA


La seconda guerra mondiale libera lo Stato da ogni diffidenza. Spetta allo Stato costruire la società del benessere secondo regole precise: l’uomo lavora, la donna si occupa della famiglia, lo Stato definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e garantisce una vita decente a chi si adegua. La società deve sottomettersi agli imperativi della ricostruzione, della guerra fredda, dell’anticomunismo - per il bene di tutti. Così argomentano i partiti politici.
In Svizzera questo sistema oppressivo sembra svilupparsi in una versione perfetta: donne senza diritto di voto e discriminate dalla legge, omosessualità nascosta e pratiche di eugenismo diffuse, posizioni politiche di sinistra occultate, simpatie per le destre e movimenti xenofobi ben accette e tutto il resto: a letto presto, lavorare e divertirsi il giusto nell’ambito predefinito.
Tutto sembra sotto controllo. Finché non entra nell’età adulta quella generazione che non capisce - siccome non ha vissuto la seconda guerra mondiale - perché l’individuo debba sottomettersi al collettivo. È il 1967 quando questa generazione comincia a svegliarsi: discussioni su cos’è l’individuo, cos’è un mondo in pace, sulla sessualità femminile, ma anche maschile, caratterizzano il primo anno di rivolte pacifiche. Il Flower power, Love & Peace arriva anche in Svizzera come ha documentato Beat Grossenrieder (1).
In questo fermento di idee e di rivendicazioni, il 1968 costituisce il passaggio dal dire al fare. La protesta si struttura, vengono chiesti dei cambiamenti. Prima in modo violento e rumoroso, poi con precisione, con il supporto di proto-teorie del cambiamento spesso d’ispirazione marxista. Il primo grande ruggito in Svizzera non è, come tanti pretendono, il concerto dei Rolling Stones del 1967 - lì si scatena semplicemente rabbia - ma i disordini di giugno 1968 attorno alla struttura che aveva accolto provvisoriamente il Globus a Zurigo. Quella protesta combina gli elementi che diventeranno simboli di lotta del movimento. Più libertà e spazi d’autogestione e più attenzione per l’umano - un bagaglio che permetteva di criticare un sistema economico colonizzatore, un sistema politico poco democratico e l’orientamento conservatore delle istituzioni tradizionali - scuola, esercito, sindacato, chiesa, famiglia (2).
La critica era radicale così come il confronto tra chi deteneva il potere e i movimenti dei giovani senza alcuno spazio di compromesso o possibilità di alleanza con partiti esistenti. Da lì la rottura con i partiti della sinistra e la nascita della protesta extraparlamentare, da lì lo scontro violento che spinse una (piccola) parte dei contestatori nel terrorismo e un’altra parte, più numerosa, nel ritiro spirituale in una delle tante sette religiose nascenti o in un individualismo che abbandonò la lotta per dedicarsi alla realizzazione di progetti di vita al di fuori della civilizzazione urbana. Ma la parte più importante del 68 continua a combattere. Sono quattro i temi più importanti sia nella scena internazionale sia in Svizzera: la pace, il femminismo, l’ecologia, la solidarietà.
Sono questi temi che avranno un’influenza importante nella politica con il diffondersi della partecipazione femminile alla politica e all’economia - un’emancipazione ancora in corso -, con la decolonizzazione e i movimenti anti-razzisti, con l’inserimento del tema dello sviluppo sostenibile in quasi tutte le politiche, con un apparato di gestione dei conflitti internazionali impegnato a rinforzare la pace. Ma l’effetto più importante del 68 è probabilmente la (ri-)invenzione dell’individuo e dell’individualità come categoria politica, come riferimento economico, ma anche come nostra quotidianità. Non siamo più guidati da altri. Siamo imprenditori di noi, ma anche lasciati soli con le nostre interrogazioni esistenziali.
15.04.2018


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