Una ricerca dell'Ocse sulla stampa tra censure e minacce
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I giornali d'inchiesta
e l'ingannevole libertà
FEDERICO FRANCHINI


Il giornalismo svizzero ha difficoltà crescenti a pubblicare informazioni sensibili che toccano i grandi interessi economici". Questa frase la si legge nel recente rapporto Ocse sulla Svizzera e i suoi strumenti di contrasto alla corruzione internazionale. Passata inosservata, persa nelle 113 pagine di un documento destinato a esperti in materia di anticorruzione, l’affermazione è ad ogni modo forte. Una costatazione amara dello stato di salute della stampa svizzera che avrebbe forse dovuto suscitare una più ampia reazione.
Il perché in un rapporto tecnico sugli strumenti di lotta alla corruzione si è parlato anche della qualità della stampa è presto detto: "Il giornalismo (…) - si legge nel documento Ocse - è una fonte essenziale e determinante nel rilevare gli affari di corruzione internazionale". A volte è addirittura un’inchiesta giornalistica a portare all’apertura di un procedimento penale. Un esempio in tal senso ci viene dal Canton Ginevra. Il 21 febbraio 2017 la Tribune de Genève ha rivelato che la società di revisione Deloitte aveva segnalato in un rapporto dei pagamenti sospetti versati dal gruppo petrolifero ginevrino Addax in Nigeria. Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo il Ministero pubblico cantonale ha aperto una procedura per sospetta corruzione di funzionari pubblici stranieri contro due membri della direzione di Addax e contro la stessa società.
Oltre all’apertura di procedimenti penali - cosa tutto sommato rara - il ruolo della stampa è determinante anche per quanto riguarda le segnalazioni da parte degli intermediari finanziari all’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (Mros). È spesso - troppo spesso dice la Finma - un articolo a spingere una banca a segnalare un sospetto caso di riciclaggio al Mros, l’autorità che si occupa di analizzare la relazione dubbiosa e, se necessario, di segnalarla poi alle autorità di perseguimento penale.
Ecco perché gli esperti dell’Ocse si sono dedicati anche alla situazione del giornalismo elvetico. "Preservare il ruolo dei media nella scoperta dei casi di corruzione - si legge nel rapporto - va di pari passo con un quadro giuridico adatto, che tutela la libertà, la pluralità e l’indipendenza della stampa, comprese le sue fonti". La squadra di valutazione dell’Ocse ha così incontrato vari rappresentanti dei media svizzeri.
La costatazione primaria è che se la Svizzera può vantare una "impressionante libertà di stampa" quest’ultima attraversa tuttavia un "periodo di turbolenze". L’affermazione si basa sulla testimonianza di diversi giornalisti d’inchiesta. Le principali difficoltà sono legate alla "pubblicazione d’informazioni sensibili che toccano interessi economici potenti". Queste difficoltà hanno raggiunto un livello tale da "ridurre la libertà dei giornalisti nel rilevare gli affari di corruzione internazionale o che concernono la criminalità economica". I giornalisti hanno puntato il dito anche sul fatto che certe informazioni riguardanti la piazza finanziaria svizzera sono ormai pubblicate da giornalisti stranieri, i quali "dispongono di più mezzi e più libertà per fare il loro lavoro".
I termini utilizzati nel rapporto sono forti: si parla di "clima d’intimidazione" che spinge i giornalisti "all’autocensura" nonché di "difficoltà nel proteggere le fonti e d’investigare su tematiche sensibili". Chi in Ticino fa questo mestiere, anche su scala locale, queste cose le conosce molto bene: le pressioni non mancano, le minacce (legali e non) nemmeno. Una situazione grave, ribadita di recente anche dai sindacati di categoria. Il fatto che di tutto ciò si trova accenno in un rigoroso rapporto internazionale è solo un’ulteriore conferma della gravità del problema.
29.04.2018


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