Né maschio né femmina nel diritto dello stato civile
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Non mettere il sesso
sui propri documenti
PATRIZIA GUENZI


In Svizzera una quarantina di neonati nascono ogni anno senza che i medici possano determinarne chiaramente il sesso. A volte, le variazioni della differenziazione sessuale non sono visibili, emergono solo più tardi. Una sorta di "terzo sesso", per così dire, per cui anche nel nostro Paese c’è chi da tempo ne chiede l’introduzione nel diritto dello stato civile. Per altri, invece, meglio sarebbe rinunciare del tutto all’iscrizione maschio o femmina sui documenti, per eliminare la discriminazione delle persone che non si riconoscono in alcuna denominazione. Né uomo né donna, né tantomeno transgender o intersessuale. Una proposta che il Consiglio federale s’è detto disposto ad accogliere, dopo la "richiesta" del consigliere nazionale verde liberale Beat Flach.
Attualmente in Svizzera un’indicazione di sesso maschile o femminile deve essere fatta all’ufficio di stato civile entro tre giorni dalla nascita. Un  periodo troppo corto secondo l’Accademia svizzera delle scienze mediche, che un paio di anni fa aveva domandato di prolungarla a trenta giorni. "Pericoloso separare l’identità sessuale da una persona", per Dante Balbo. Un’identità che per Pepita Vera Conforti, invece, "va rispettata anche dal profilo giuridico.

pguenzi@caffe.ch


Rispettare l’identità sessuale anche dal profilo giuridico
Pepita Vera Conforti attivista, femminista, ex presidente Commissione consultiva per le pari opportunità tra i sessi
Per ragionare sui cambiamenti proposti per quanto riguarda il sesso a livello di stato civile, penso sia necessario capire cosa si intenda per identità sessuale. Questa non si definisce solo dal sesso biologico, neppure dal ruolo attribuito dalla società e ancor meno dall’orientamento sessuale. Infatti l’identità sessuale si costruisce a partire da un insieme di fattori interni e esterni che si rapportano con il corpo, la mente e la cultura nel processo di crescita di ognuno di noi.
A scuola, semplificando, spiegano che il sesso di una persona è determinato dai cromosomi XX e XY che permetteranno lo sviluppo di una certa morfologia del corpo e dei genitali. Finora lo stato civile registrava il sesso a partire da questa evidenza, rendendo molto difficile il cambiamento di identità se non attraverso procedure complesse e medicalizzate.
Oggi riconosciamo che, pur trattandosi di una minoranza, ci sono neonati che nascono con un sesso indefinito (in Svizzera circa 40 nascite all’anno), e ci sono altre persone che nel processo di crescita sentono di non appartenere al sesso biologico nel quale sono nati e, di conseguenza, cresciuti secondo modelli sociali femminili o maschili.
La questione dell’attribuzione sessuale, o sei maschio o sei femmina, non costituisce una tematica nuova. Ad esempio troviamo nella figura dell’ermafrodita una rappresentazione di una realtà identitaria più complessa. Nell’epoca moderna la medicina ha risolto la questione del sesso indefinito alla nascita consigliando i genitori di operare subito il neonato per attribuirgli un sesso certo, senza aspettare. Il rischio è che crescendo potrebbe non riconoscersi nel sesso deciso per lui o lei, provocandogli enormi sofferenze. Ritengo che l’autodeterminazione della propria identità sessuale anche dal profilo giuridico sia fondamentale in una società che si ritiene civile. È un diritto e un principio che protegge le persone più vulnerabili che nella vita si trovano confrontate con un conflitto profondo e aspirano a vivere in armonia con il proprio corpo senza che qualcuno le costringa a stare in un unico modello. Persone transgender e transessuali che non scelgono intenzionalmente di sentirsi maschi o femmine, e questo loro disorientamento tra il sesso biologico - o quello che qualcuno ha deciso di attribuirgli - e la loro identità sessuale non è una malattia. Semplificare le procedure per il cambiamento di sesso nello stato civile non danneggia nessuno, ma risparmia a persone che vivono la propria transizione, sofferenze inutili e lungaggini amministrative non giustificabili, dato che nessuno di noi sceglierebbe di attribuirsi un sesso nel quale non si riconosce.


Per un bambino è essenziale la descrizione della diversità
Dante Balbo Psicologo, diacono, e attuale responsabile del servizio sociale di Caritas Ticino
Escludere una definizione che ha a che fare con il sesso di una persona, anche se madre e padre almeno biologicamente sono abbastanza definiti, dovrebbe evitare pericolose discriminazioni per quelle coppie che questa differenza sessuale non la considerano importante. L’operazione sembra innocente, anzi positiva, ma nasconde un mutamento ben più profondo e un processo che, per ottenere una presunta parità nelle istituzioni familiari, ha bisogno di annullare l’appartenenza ad un sesso preciso. Si tratta di un cambiamento culturale che si è sviluppato nel tempo. Così come la pratica di correggere la dicitura madre e/o padre sui documenti, per andare incontro alla nuova varietà di unioni cui siamo confrontati. Ma proprio qui sta il problema, perché per definire le nuove figure, le dobbiamo numerare, per cui avremo genitore 1, 2, perché non 3 o 4 se altri partecipano alla vita familiare?
Un primo passo in questa direzione è stato la rottura fra procreazione e partecipazione di entrambi i sessi. Con l’inseminazione artificiale il donatore è anonimo e in qualche modo irrilevante. Poi c’è stato il cambiamento nella struttura delle famiglie giuridicamente riconosciute: oggi il sesso dei membri è indifferente. Infine la possibilità di cambiare il proprio sesso nel corso della vita, o di permetterne la scelta dopo un certo periodo, per esempio rallentando la trasformazione ormonale, così che i bambini decidano più avanti se essere maschi o femmine. In altre parole, per poter riconoscere famiglie diverse bisognava che la propria identità sessuale diventasse poco più che un dettaglio, come indossare un vestito piuttosto che un altro. Nulla di male, se non fosse che separare l’identità sessuale dalla persona è semplicemente un falso, una teoria, una maniera di semplificare la realtà. Per un bambino è essenziale la rappresentazione di una differenza, in un padre e una madre, in un uomo e una donna, per costruire la propria personalità di adulto in cui l’essere maschio o femmina non è solo un bagaglio culturale. Oggi ci muoviamo nella direzione dell’annullamento dell’identità sessuale, ma questo equivale a demolire l’essere umano nella sua struttura più profonda e le conseguenze di questo cambiamento non siamo in grado di valutarle.
Non è il problema della capacità di due genitori dello stesso sesso di educare un bambino, forse meglio di molte coppie eterosessuali, in un contesto dove la differenza dei sessi è ancora importante, ma della trasformazione a livello culturale e sociale, nella quale oltre a questo perdiamo anche la maternità e la paternità, due realtà indispensabili per la formazione di un adulto e che al sesso sono inevitabilmente legate.
02.09.2018


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