Tutti i trucchi di Israele per proteggere i propri agenti
Un codice legale
"abilita" i nuovi killer
GUIDO OLIMPIO


È un conflitto segreto o quasi. Dove le vittorie raramente sono festeggiate perché si vogliono evitare conseguenze diplomatiche e, al tempo stesso, lasciare l’avversario nel dubbio su chi sia stato.
Il Mossad, oggi guidato da Yossi Cohen, dispone di circa 6 mila agenti e di un budget di quasi 3 miliardi di dollari da dividere con i colleghi della sicurezza interna (lo Shin Bet). Macchina letale, con grande esperienza, abituata a missioni spettacolari ma non immune - come qualsiasi altra intelligence - da rovesci. La tecnologia oggi aiuta gli 007, però può essere un avversario: nel 2010 la polizia degli Emirati ha scoperto in tempi rapidi - anche se poi non li ha potuti arrestare perché fuggiti - gli agenti del Mossad che hanno ucciso a Dubai un alto esponente di Hamas. Telecamere di sorveglianza, incroci su arrivi-partenze e un buon intuito hanno permesso agli inquirenti di mettere insieme tutti i tasselli. Da qui la necessità per i servizi di studiare come aggirare gli ostacoli, sempre insidiosi.
Interessante anche il lessico. Israele ha inventato una serie di espressioni per definire l’omicidio del nemico, acrobazie in una sorta di politicamente corretto. Intercettamento, trattamento negativo, operazione silenziosa, atti mirati preventivi, azione preventiva, questi alcuni dei "termini" in una catena di comando dove è comunque sempre il vertice politico a dare luce verde. Lo stato ebraico ha istituito il meccanismo per garantire una copertura legale a chi spara ma anche stabilire un codice di controllo in una giungla pericolosa.
09.09.2018


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