La digitalizzazione è già iniziata, così cambierà il lavoro
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Saranno le nostre idee
a guidare i futuri robot
ANDREA BERTAGNI


Fa crescere la paura di perdere il lavoro, disorienta nella scelta degli studi, pone interrogativi sui salari. È il passaggio dalla produzione industriale a quella robotica, digitale, iperconnessa e globale, che, dicono gli esperti, tra qualche decennio farà scomparire professioni e sconvolgerà il nostro stesso modo di guadagnarci il pane. Di sicuro, il futuro è già iniziato. E non risparmia nessuno. Giovani e adulti sono tutti nel medesimo frullatore. Le domande in sospeso sono parecchie: che ruolo avrà la tecnologia? Quali mestieri saranno più toccati dall’automazione? Quali quelli su cui investire una carriera professionale? In mancanza di vere risposte e pochi punti fermi, il lavoro di domani ha per il momento diviso il mondo tra ottimisti e pessimisti. I primi promettono nuovi mestieri, crescita dell’occupazione e redditi in aumento. I secondi prevedono la distruzione di milioni di impieghi, l’esplosione dell’assistenza sociale e una competizione sempre più sfrenata ai danni dei più deboli e di chi resta indietro.
Daniella Lützelschwab, membro di direzione dell’Unione svizzera degli imprenditori (Usi) appartiene alla categoria di chi vede solo opportunità. "È vero, alcune professioni spariranno  - spiega - ma le competenze dei lavoratori saranno salvaguardate". Come? "Gli impieghi ci saranno anche in futuro, a patto che aziende e dipendenti si aiutino a vicenda nella ricerca di nuove soluzioni". Quali? "Il personale dovrà essere disponibile a formarsi, mentre le imprese dovranno promuovere il riorientamento professionale". L’importante, annota Lützelschwab, è agire per tempo, perché "la rivoluzione è già in atto".
Alcuni dati appaiono intanto   inconfutabili. Le prime mansioni sostituite dai robot saranno le attività di routine. Soprattutto nelle fabbriche. Ma non solo. Già oggi i computer sono subentrati, ad esempio, ai contabili, agli analisti di credito e agli analisti radiologici. Dal cambio di millennio, in Svizzera la quota delle professioni costituite in prevalenza da operazioni ripetitive è diminuita dal 47 al 37 per cento, come si spiega in una articolata ricerca del Credit Suisse riportata nell’ultimo numero del Bulletin.
A fare la differenza è l’intelligenza artificiale e la potenza di calcolo. Ma l’avvento della digitalizzazione avrà un forte impatto anche sulla ristorazione, sull’agricoltura, sul trasporto merci, sul settore minerario e sull’edilizia. Più difficile appare sostituire mestieri legati all’istruzione, al management, all’assistenza sanitaria e all’artigianato.
Nel frattempo, Oliviero Pesenti, imprenditore e presidente dell’Associazione ticinese dell’industria orologiera, ne è sicuro, "bisogna muoversi". In che senso? "I giovani che studiano dovrebbero essere preparati dalle famiglie e dalla scuola a essere curiosi e coraggiosi, perché il mondo è cambiato, è diventato più veloce  ed è necessario avere la capacità di buttarsi e di intraprendere". Con una certezza. "È nell’economia produttiva che sarà creata la vera  ricchezza. Prima però occorre scommettere sulla formazione di base e continua".
Parole e concetti ripresi da Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi (Aiti), che precisa: "Le nostre imprese hanno fame di  competenze nelle nuove tecnologie, come nella manifattura additiva, che ha bisogno di specialisti tecnici, ma anche manager". L’impressione, continua Modenini, "è che tanto resti ancora da fare soprattutto a livello di università e istituti formativi". Qualcuno che si è inventato una nuova forma di occupazione c’è già. È il caso di Uber, azienda che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso un’applicazione mobile che mette in collegamento diretto passeggeri e autisti. Un fenomeno talmente nuovo, da non avere dati certi. Secondo la società di consulenza Deloitte, in Svizzera un quarto dei lavoratori svolge un mestiere temporaneo, supplementare o a progetto. Mentre nel mondo sarebbero 30 milioni le persone che si sostengono svolgendo vari lavoretti. Ma non sono solo gli Stati Uniti, dove hanno sede i giganti della tecnologia Google, Amazon e Facebook, a muoversi. Anche la Cina, ad esempio, sta investendo parecchio nel digitale. Così come l’Estonia, dove la tecnologia dell’informazione è già entrata nelle scuole e negli organismi amministrativi e governativi.

an.b.
09.09.2018


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