Cosa è cambiato dalla grande mobilitazione del 1918
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Lo sciopero è un tabù
ma non è dimenticato
ANDREA STERN


Incrociarono le braccia in 300mila, paralizzando per tre giorni l’economia dell’intero Paese. Era il novembre 1918 e la prima guerra mondiale stava volgendo al termine. La Svizzera era stata risparmiata dal conflitto ma doveva fare i conti con  grossi problemi di approvigionamento. I generi alimentari erano diventati carissimi e larghe fasce della popolazione non potevano più permetterseli. Sull’onda del malcontento, il Partito socialista organizzò la più grande mobilitazione nella storia dello Stato federale e sottopose nove rivendicazioni al Consiglio federale. Questi reagì con un ultimatum e la minaccia di far intervenire le truppe. A tre giorni dal suo inizio, la protesta si interruppe bruscamente, lasciando tre morti sul terreno.
Sembrano storie di un altro mondo. Poiché oggi, cent’anni dopo, lo strumento dello sciopero non viene praticamente più utilizzato se non in rari casi. Tanto che la Svizzera figura tra i Paesi con il minor tasso di astensione dal lavoro al mondo. Solo un giorno all’anno ogni mille lavoratori, secondo i dati dell’Istituto tedesco Iw, rispetto ai 123 della Francia. Cosa è cambiato? "È venuta meno l’esigenza di un tale strumento di protesta - sostiene Fabio Regazzi, presidente dell’Associazione industrie ticinesi -, poiché in questi ultimi decenni sono state fatte molte conquiste. A parte qualche eccezione, in generale oggi ci sono buone condizioni di lavoro. Ma soprattutto c’è una buona collaborazione tra partner sociali, un dialogo proficuo che solitamente permette di trovare delle soluzioni che siano nell’interesse del sistema economico come anche dei lavoratori".
Ma non è detto. Negli ultimi dieci anni in Ticino di scioperi se ne sono contati parecchi, dalle Officine di Bellinzona alla manifestazione dello scorso 15 ottobre, quando poco più di tremila operai edili sono scesi in piazza per opporsi a quello che ritengono essere un peggioramento del Contratto collettivo di lavoro. "È stata una forzatura - sostiene Regazzi -. Chiaramente i sindacati hanno il diritto di indire uno sciopero, ma nel settore dell’edilizia i lavoratori sono ben tutelati. È stata una dimostrazione fine a se stessa, una prova di forza dei sindacati".  Ma per questi ultimi gli scioperi non sono eventi folcloristici. "Al contrario, sono ancora necessari - sostiene Renato Ricciardi, segretario cantonale dell’Ocst, sindacato che insieme a Unia ha promosso la manifestazione -. Lo sciopero non è uno strumento superato o obsoleto, tra i lavoratori non è venuta meno la volontà di lottare con questi mezzi forti. Soprattutto in settori dove c’è la consapevolezza che un’azione collettiva è più efficace rispetto ad una individuale". Ricciardi sottolinea che "la nostra è una nazione dove generalmente la pace del lavoro ha soddisfatto sia la parte padronale sia i lavoratori". Ma, aggiunge, "questa pace del lavoro può essere rimessa in discussione quando non si riescono a trovare delle soluzioni attraverso il confronto sociale". Come è il caso, sostiene, nell’edilizia. "È un settore logorante - afferma -, sono convinto che occorra mettere un argine alla deregolamentazione degli orari".
Intanto, lo sciopero degli operai edili non ha permesso di sbloccare le trattative per il rinnovo del Contratto collettivo di lavoro. Come già cent’anni fa lo sciopero generale non portò a grandi risultati, almeno non nell’immediato. I manifestanti chiedevano il rinnovo del Consiglio nazionale secondo il sistema proporzionale, l’introduzione del suffragio femminile, il dovere per tutti di lavorare, la settimana di 48 ore, una riforma dell’esercito, la garanzia dell’approvvigionamento alimentare, un’assicurazione vecchiaia e superstiti, il monopolio statale sul commercio estero e l’introduzione di una tassa sul patrimonio. Vennero accolte solo due di queste proposte: il rinnovo del Consiglio nazionale e la settimana di 48 ore. Per altre rivendicazioni si dovette attendere molto più a lungo, come il voto alle donne, introdotto solo nel 1971. Ma più di tutto quella mobilitazione fece capire, come nota lo storico Alberto Gandolla, che "per risolvere i conflitti del lavoro è più utile ricorrere alla concertazione e al dialogo che non allo scontro".

astern@caffe.ch
04.11.2018


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