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Pessimisti e ottimisti sul mondo del lavoro che cambia
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La mappa ragionata
dei mestieri perduti
REDAZIONE CAFFÈ


Dopo anni, all’improvviso, si è reso conto di non servire più. Riccardo Cappellini di Massagno, con una vita da tipografo alle spalle, ha deciso di voltare pagina: "I clienti c’erano ancora, ma erano spariti tutti i fornitori - racconta -. Allora mi sono adeguato alla fotocomposizione, ma poi anche questo procedimento è sparito. A quel punto mi sono chiesto a cosa servissi: ognuno poteva stampare quello che voleva con un clic sul computer, scegliendo tra le sconfinate possibilità del cloud. Oggi chi lavora nel mio campo deve aggiornarsi continuamente, cambiamo i software, cambia tutto, se perdi un passaggio sono guai". Il lavoro perduto di  Cappellini è solo un esempio di una professione spazzata via, o meglio mutata, dall’avvento delle nuove tecnologie. Ed è nulla rispetto a quanti impieghi verranno cancellati in futuro, tra programmi sempre più affidabili, robotica e intelligenza artificiale, in grado di arruolare sul posto di lavoro "macchine" sempre più umane.
"Certo, i robot andranno a sostituire quelle professioni con un basso tasso di tecnologia, ma questa fascia di lavoratori potrà essere reintegrata grazie a una formazione mirata", spiega Marco Beltrametti, pedagogista e presidente di Robo-Si, l’associazione ticinese che promuove attività a favore dell’orientamento verso le professioni tecnologiche e organizza - con partner come Supsi e Decs - attività formative. "Perché - aggiunge - le macchine hanno bisogno di assistenza, di essere programmate, di essere seguite. Dal profilo politico, invece, visto che si perderanno posti di lavoro e dunque mancheranno imposte allo Stato, è giusto che anche i robot, meglio dire le aziende che li utilizzano, paghino le imposte".
Aspetti professionali e politici, dunque, fanno parte di una rivoluzione in corso. Una rivoluzione chiamata "industria 4.0" dove si oscilla tra visioni ottimistiche e meno. Le prime partono da un rapporto presentato tempo fa a Davos, al meeting del World economic forum, che apriva a uno scenario dove i robot, entro la fine di questa decade, si prenderanno 5 milioni di posti di lavoro prima occupati da altrettanti uomini in 15 Paesi del mondo. Uno studio della Oxford University, inoltre, sostiene che il 47 per cento dei posti di lavoro negli Usa è messo a forte rischio dalla rivoluzione robotica. E c’è pure chi, all’interno della comunità scientifica, invita a non sottovalutare l’evoluzione robotica. "È difficile quantificare - ha osservato Bart Selman, docente di Computer science all’Università Cornell di New York -, ma direi che nei prossimi trent’anni la metà dei posti di lavoro sarà messa a rischio dai progressi dell’intelligenza artificiale".
Che fare, allora? "Bisogna partire dal basso, noi - aggiunge Beltrametti - con la nostra associazione orientiamo già oggi i giovani verso quelle professioni proiettate verso il futuro. I ragazzi sono molto stimolati, usano la tecnologia quotidianamente. Ma devono avere gli strumenti per capirla e soprattutto per avere un atteggiamento critico verso questi mezzi. Il ruolo della scuola, dunque è importante, perché deve offrire un approccio che guarda lontano, sin dall’apprendistato. Deve selezionare e orientare verso le nuove professioni". Inutile, o quasi, anche indirizzare uno studente verso un mestiere che avrà poche prospettive di sopravvivenza. Non per nulla, secondo i calcoli dei ricercatori di "Bruegel", l’influente think-tank con sede a Bruxelles, tra il 45 e il 60 per cento della forza lavoro europea nel corso dei prossimi decenni rischia di essere sostituita da robot governati da sofisticati algoritmi. Previsioni che non hanno nulla di fantascientifico, considerando che già oggi la svizzera Abb, leader nella fornitura di robot industriali e presente in 53 Paesi, ha un parco installato di oltre 400mila macchine intelligenti. E il "modello" Abb potrebbe rappresentare l’aspetto più ottimistico della vicenda: quello che vede, come in ogni rivoluzione industriale, la tecnologia che distrugge sì tante professioni ma tante ne crea.
In questa rosea ipotesi, infatti, l’azienda svizzera vede nella "robotica collaborativa" la nuova frontiera: sino a tre anni fa erano oltre 8mila, tra scienziati e ingegneri, quelli impegnati nella ricerca e sviluppo Abb. La cruda realtà, però, parla un’altra lingua. Negli ultimi dieci anni, secondo uno studio della Bank of America con Merrill Lynch Transforming world atlas, il numero dei robot utilizzati in ambito industriale è cresciuto del 72 per cento nel mondo.
Difficile, quindi, avere fiducia in chi sostiene che non ci sia alcun motivo per allarmarsi: arriveranno nuovi lavori a sostituire quelli "rubati" dai robot. Sicuramente si creeranno nuove professioni, ma il numero degli occupati compenserà idoneamente quelli depennati? In termini di volume d’affari e valore sul mercato Google vale sicuramente più di AT&T, ma il colosso telefonico prima della conquista digitale dava lavoro a più di 750mila persone, mentre il gigante informatico globale ne impiega 88.110. E che dire di quanto accaduto in Cina, dove, seguendo un programma industriale dal nome che non lascia dubbi d’interpretazione - "Robot replace human" - alcuni anni fa è nata la prima fabbrica di componenti per smartphone totalmente "deumanizzata" o quasi: gli operai in azienda  sono passati da 650 a 20. E i robot, almeno per ora, non si rivolgono ai sindacati per gli orari vessatori.
24.02.2019


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