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Il singolare effetto degli "influencer" è sempre esistito
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Oggi è la Ferragni
ma ieri c'era Goethe
MARINA CAPPA


Adesso sembra che siano la grande novità della comunicazione contemporanea, tanto da produrre corsi di laurea e movimenti contro. In realtà, ogni epoca ha avuto i suoi influencer. Prima di Chiara Ferragni, che solo lavandosi i capelli o indossando una certa maglia produce migliaia di imitatori, c’era per esempio - fuor di paradosso - Goethe.
Nel 1774, all’uscita del suo libro, decine di aspiranti "giovani Werther" decisero di suicidarsi come il protagonista del romanzo, così che lo si potrebbe definire un influencer ante litteram. L’effetto della suggestione è inevitabilmente più forte quando a esserne colpiti sono ragazzi, maggiormente esposti all’immedesimazione. Così successe con James Dean, dal punto di vista per esempio del look "ribelle senza causa", e con tanti protagonisti del cinema quando le sale erano piene. Già qui i numeri crescevano, la diffusione del mezzo raggiungeva un pubblico più ampio di quello strettamente letterario. Ma è con l’avvento della Rete - dove gli influencer, a fronte di un ritorno economico o in natura, promuovono abbigliamento, prodotti di bellezza, viaggi e anche altre curiosità - che tutto esplode, perché i numeri degli "influenzati" raggiungono ormai i milioni. Per diventare influenzatori, d’altra parte, non è necessario avere un talento speciale, ed è questa la grande differenza rispetto a un Goethe ma anche a una rockstar o a una stella del cinema.
Ciononostante, viste le potenzialità del mercato, è nato un corso di laurea triennale mirato. Lo ha lanciato eCampus, università online, che intende formare "ambasciatori di se stessi" e ovviamente dei marchi pubblicizzati. I corsi variano dalla Semiotica all’Estetica, dalla Psicologia all’Informatica. Alla fine, passati anche attraverso stage, forse si potrà diventare la nuova Ferragni del web. Ma mentre la signora Fedez, che solo su Instagram ha 17,6 milioni di follower, è senza dubbio un caso di self marketing riuscitissimo, sembra difficile che tutti possano emularla.
Non a caso, si avvertono già i primi segnali di rifiuto. Intanto, molte aziende cominciano a rendersi conto che solo a un numero altissimo di follower può corrispondere un reale vantaggio economico: se ti seguono poche migliaia di persone e tu pubblicizzi il mio maglione, quanti maglioni alla fine riuscirò a vendere?
Dall’altro lato, nascono progetti come Stàggati. L’idea in questo caso è selezionare una decina di volti della Generazione Z (i nati fra il 1995 e il 2009, ma l’appello è rivolto ai maggiorenni) che abbiano un account Instagram e che vogliano postare scatti veri, immagini non costruite né patinate, diventando così "anti-influencer". Essendoci alle spalle di Stàggati un’azienda di telefonia, Wiko, anche stavolta si tratta naturalmente di una iniziativa di marketing, che però suggerisce come l’inflazione di influencer non avrà probabilmente lunga vita.
E se da una parte si suppone che sopravviverà chi farà davvero i grandi numeri, dall’altra si può ipotizzare che l’altra faccia del futuro (almeno quello prossimo: più in là non è dato fare previsioni) sarà sempre più "di nicchia": realtà molto piccole ma con un legame strettissimo al proprio target di riferimento. Un po’ quello che avviene con la televisione e con il mondo tout court, scisso fra globalizzazione e territorialità.
01.12.2019


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