Capponi e zamponi o tofu e ceviche ...il food si polarizza
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Dalla tavola sovranista
a quella pro - global
ELISABETTA MORO


Il tramonto dell’anno vecchio e l’aurora di quello all’orizzonte offrono un’occasione di bilancio. Cosa resterà di questi anni tanto confusionari. Delle nostre vite rivoluzionate dalla tecnologia, transitate ormai definitivamente dal tran tran analogico alla speedy life digitale? Molte risposte compariranno sotto forma di cibi sulle nostre tavole festive, cartine di tornasole della condizione mentale dei commensali, che con le abbuffate di Natale e San Silvestro apriranno le danze della convivialità solstiziale. Cene e pranzi a ripetizione per rivedere amici e parenti, per tirare il fiato dopo tanto correre e tanto lavorare. Magari ripensando nostalgicamente a quando la vita era più semplice e la colonna sonora era Last Christmas degli Wham, col suo video clip Made in Swizerland girato tra le nevi d’antan del Saas-Fee. In questi giorni c’è chi cercherà la tranquillità nei menù senza sorprese. Altri si butteranno in una opera di dismissione del passato per guardare avanti, costi quel che costi. In fondo queste due tendenze opposte dell’umanità sono gemelle siamesi, non esiste l’una senza l’altra. E nei prossimi anni, con tutta probabilità, assisteremo ad  una ulteriore polarizzazione del mondo del food. Da un lato gli amanti della tavola sovranista, tutta piatti e buoi dei paesi tuoi. Con un ricorso ai simboli festivi del passato. Capponi e zamponi, panettoni e torroni, cotechini e tortellini. Perché il sapore della memoria funziona meglio del prozac, crea tutt’intornno un’oasi di benessere psicologico. Ovatta l’esistenza. Fa accomodare su un cuscino di piume il nostro io frustrato dalla mondializzazione. Sul fronte opposto c’è il popolo pro-global. Lo stesso che alla fine degli anni Novanta si era riunito sotto l’etichetta no-global, ma che nel frattempo è cresciuto, è cambiato, e soprattutto davanti alla prospettiva di un futuro nazionalista, identitario, iperlocalista, ha deciso di schierarsi con il globo intero. Un fronte trasversale che ama il cambiamento e con i voli low cost scorrazza per l’intero pianeta, prende a morsi la vita e assapora la diversità. Così mondializza anche la tavola. Gioca ai quattro cantoni gastronomici. Balza dal tofu al ceviche, dalla curcuma allo zenzero. Organizza abbuffate plurietniche per dimostrare che possiamo metabolizzare le altre culture, siamo in grado di assimilare le diversità.
Insomma, il nostro futuro alimentare sembra porci una domanda che riflette il momento politico che stiamo vivendo in Occidente. Restaurazione o innovazione? Tradizionalismo o progressismo? Opulenza o frugalità? Predonismo o sostenibilità? Antropocentrismo o biocentrismo?
In Italia è evidente che si mangeranno più sardine. Per mettere d’accordo la tradizione di magro della Vigilia con il movimentismo giovanile, che ha scelto l’umile pescetto quale simbolo del quarto stato del mare e antidoto alla politica tutta muscoli e niente cuore. Sardinismo contro Salvinismo.
In Gran Bretagna per il “nexit Christmas” possiamo immaginare un incremento di oche al forno e pudding, tovaglie union jack e pinte di birra per tirare su il morale patriottico. Un’orgia in salsa imperiale fatta di nostalgia e di autarchia, di ripensamento e di risentimento.
Andrà sempre più forte l’Oriente, ansioso di mostrare che la gastronomia del Sol Levante non si riduce all’anoressico sushi né all’insapore tofu. E che la cucina, soprattutto giapponese e cinese, costituisce un continente gastronomico. Non solo involtini primavera e gamberetti surgelati. Insomma, oltre Canton c’è di più.
La Francia dei gilet gialli, traumatizzata dai dazi di Donald Trump, sta cercando di ridiventare profeta in patria. Nella speranza che vino e formaggi, terrines e fegato grasso facciano il miracolo di riportare la pace in un paese sull’orlo di una crisi di nervi. Al punto che una nota catena di supermercati ha lanciato una vera offensiva a favore del Made in France cercando di demolire le fatwe salutiste. A volte forzando decisamente la mano. Per esempio, facendo delle ostriche un toccasana alimentare, ricchissimo di preziosi acidi grassi. Insomma da cibo afrodisiaco a parafarmaco di mare. Mentre il fois gras si scrolla di dosso l’aura bella e maledetta di leccornia insostenibile e schivando i colpi degli animalisti, strizza l’occhio ai nutrizionisti facendosi scudo della vitamina B, di cui pare sia ricco. Un bell’esercizio di cerchiobottismo dietetico, soprattutto visto che la pubblicità consiglia mellifluamente di gustarlo in piccole quantità accompagnato da pane integrale, “moins caloriques que le pain d’épices”. Come dire che business is business. E Natale è Natale.
22.12.2019


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