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Scoperta la memoria ambientale delle piante
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Gli alberi ricordano
con i loro "familiari"
ANDREA BERTAGNI


Gli alberi hanno memoria. Non solo riescono ad adattarsi a nuove condizioni ambientali ma addirittura trasmettono i "ricordi" alla generazione successiva. È questa la scoperta dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio. Che, di fatto, riabilita l’intelligenza delle piante. E, secondo i ricercatori, è anche un segnale positivo per il cambiamento climatico in atto. Sì, perché il riscaldamento globale, sostengono gli esperti, sta avanzando in modo troppo veloce rispetto alla capacità degli organismi longevi, come gli alberi appunto, di adattarsi alle nuove condizioni di vita a livello genetico nel quadro della loro evoluzione. Invece per la prima volta i ricercatori dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio hanno dimostrato l’esistenza di questa capacità anche negli alberi forestali, non direttamente a livello molecolare, ma sulla base degli effetti.
"Per la prima volta siamo riusciti ad avere la prova  che le piante genitrici trasmettono le informazioni ambientali alla progenie - afferma l’ecologo Arthur Gessler, responsabile dello studio -. Non una questione di poco conto, visto che permette loro di reagire meglio alle avversità". Per molto tempo la teoria riconosciuta è stata quella che le conquiste fatte dall’albero venissero perse dalla generazione successiva. Solo negli ultimi anni sono stati scoperti negli animali e anche nell’uomo dei meccanismi grazie ai quali le reazioni ai cambiamenti ambientali vengono trasmesse alle future generazioni. Si tratta di piccole molecole, i cosiddetti gruppi metilici, che si legano ai filamenti di Dna e influiscono su quali geni debbano essere usati di più o di meno. Questo processo viene trasmesso alla progenie tramite ovuli, sperma o pollini.
La scoperta degli studiosi va ancora più in là. Perché ha dimostrato che la trasmissione di informazioni avviene anche senza i geni. Con la memoria appunto. Nella foresta del Pfynwald in Vallese, dove i pini silvestri crescono in condizioni di siccità estrema, dal 2003 gli scienziati dell’Istituto hanno irrigato in maniera selettiva determinate parcelle boschive. In una parte di queste, l’irrigazione è stata interrotta nuovamente dopo 10 anni. Il team guidato da Arun Bose ha raccolto le pigne delle piante madri, ne ha prelevato i semi e li ha fatti germogliare. Una parte delle piantine è quindi cresciuta in serra con diverse condizioni idriche, luminose e termiche, un’altra parte nel Pfynwald all’interno di parcelle non irrigate. Il risultato nella serra è stato evidente: la progenie di piante madri abituate alla siccità è cresciuta molto meglio con poca acqua, perché ha prodotto più massa radicale. Tuttavia, in presenza di un sufficiente approvvigionamento idrico la generazione proveniente da piante cresciute sulle parcelle irrigate si trovava in vantaggio, perché aveva prodotto più aghi. Le piantine provenienti da piante genitrici che avevano subito un’interruzione dell’irrigazione si trovavano esattamente in mezzo.
Tuttavia, il potenziale di adattamento presenta anche dei limiti, come ha dimostrato l’estate siccitosa e calda del 2018 durante la quale si sono svolti gli esperimenti nel Pfynwald. In quel periodo sono infatti morte numerose piantine, indipendentemente dalle loro piante genitrici.
an.b.
01.03.2020


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