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Dopo i "controlli digitali" di Swisscom timori per la privacy
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"Le app ci tolgono
il fiato della libertà"
MAURO SPIGNESI


Monitorare, tracciare, delimitare. Per verificare che le direttive contro il coronavirus vengano rispettate, i governi sfruttano le tecnologie. Anche in Svizzera. Swisscom ha già segnalato alle autorità che i movimenti si sono ridotti della metà. Ma questi dati, ha spiegato l’azienda, saranno anonimi e potranno analizzarli solo pochi funzionari dell’Ufficio federale della sanità pubblica. In Albania invece una applicazione statale consente ai cittadini di richiedere di poter uscire da casa e svolgere pratiche burocratiche. Poi ci sono società che stanno sviluppando tecnologie che consentono di tracciare i malati di coronavirus e monitorare quelli in quarantena. In Israele e in Corea del sud, ad esempio, ci sono app che una volta scattato l’allarme vanno a capire dove si è spostata una persona contagiata e inviano messaggi alle persone incrociate, sfruttando anche i sistemi delle telecamere di sicurezza. Legittimo? "Il tracking, il monitoraggio degli spostamenti, di fatto già oggi esiste. I provider telefonici - racconta Angelo Consoli, responsabile del gruppo di sicurezza sulla criminalità informatica del Dipartimento tecnologie innovative della Supsi - con l’analisi delle celle di ricevimento del segnale possono capire gli spostamenti di una persona. Se però si usa un sistema esplicito di controllo sociale con una applicazione o con dei programmi vuol dire che si sta sottraendo uno spicchio di privacy dei cittadini e le autorità dovrebbero dirlo chiaramente. Detto ciò io credo che, ma questo è un giudizio mio personale, una limitazione della libertà non sia giustificabile, o almeno non credo che oggi ci siano condizioni così gravi per legittimare una operazione del genere".
"Noi ora ci troviamo nel bel mezzo di una emergenza che ha avuto un inizio e che avrà una fine - spiega Davide Gai, imprenditore hi-tech, esperto di nuove tecnologie digitali- e quando questo periodo finirà dobbiamo essere sicuri che le informazioni che queste app che in qualche modo controllano gli spostamenti e dunque la nostra vita quotidiana vengano cancellate".
Insieme ai sistemi di monitoraggio in questo periodo se ne stanno sviluppando altre di autovalutazione sulle condizioni sanitarie di una persona. I programmi legati alla pandemia stanno progressivamente crescendo in parallelo con la sua evoluzione. E pongono diversi rischi. "Il problema di fondo - spiega Davide Gai - è la sorgente. Bisogna sempre capire da dove arrivano le informazioni. Io credo oggi più che mai ci si debba fidare unicamente di quelle delle autorità, nel nostro caso cantonali e federali". Secondo Angelo Consoli, anche prima del coronavirus sul web si trovava la medicina fai-da-te. "Nel rumore di fondo dei motori di ricerca, dove c’è di tutto, c’è anche qualcosa di buono. Bisogna - spiega Consoli - saper distinguere. Bisogna, lo ripeto sempre, affidarsi alle fonti ufficiali, anche per le informazioni statistiche, sperando che chi li ha realizzate abbia a sua volta attinto da fonti ufficiali".
Pieralberto Nati, Ceo di Advanced Cgs Group, azienda che sta sviluppando un sofisticato progetto (con enti sanitari e scientifici) di farmaco-vigilanza con una applicazione per valutare gli effetti collaterali delle medicine sfruttando l’intelligenza artificiale, punta su un altro aspetto del problema. "Ci troviamo - spiega Nati - davanti a problemi con un alto grado di complessità. E quando si sviluppano questo genere di programmi bisogna che le fonti siano certe, rigorosamente scientifiche. In questo campo non esiste approssimazione, solo la precisione.
mspignesi@caffe.ch
05.04.2020


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