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Come le grandi catastrofi hanno cambiato la storia
Immagini articolo
La pandemia diventa
accelerazione sociale
SANDRO CATTACIN, TONI RICCIARDI, UNI GINEVRA


Le pandemie, al pari delle catastrofi - in una certa misura lo sono - rappresentano momenti di cesura della narrazione storica. Generalmente, si inizia con una frase tipo "ai tempi" - richiamando "L’amore ai tempi del colera" di Gabriel García Márquez - per finire con le coordinate del prima e dopo a voler testimoniare il cambiamento. È un esercizio che facciamo di sovente per la semplice ragione di voler individuare coordinate per la nostra memoria e per il nostro agire. Così individuiamo dei momenti spartiacque, dei prima e dei dopo, ad esempio il 14 luglio 1789 (presa della Bastiglia) per la Rivoluzione francese o il 9 novembre del 1989 per la caduta del muro di Berlino. Due date che sono assurte a simboli, a feste nazionali, ma allo stesso tempo hanno fornito coordinate e hanno dato la parvenza che la storia delle società interessate e del mondo sia cambiata esattamente in quel giorno. In realtà, i momenti di rottura dell’ordine precostituito, delle regole, delle consuetudini e abitudini non hanno e non possono avere date precise, per il semplice fatto che sono momenti all’interno del fluire della storia. Lo scorrere degli eventi rappresenta il vero processo di cambiamento, che è ben più lungo, stratificato e complesso di un singolo evento. Le due date prese come esempio non sono punti di svolta, ma momenti di accelerazione della svolta stessa. In altre parole, improvvisamente si accendono i fari su un fatto che si manifesta agli occhi di tutti.
Il richiamo di questi esempi, fra tanti altri, è utile per sottolineare che, nella lunga e variegata storia dell’umanità, le pandemie e le epidemie non hanno mai rappresentato un punto di svolta, ma spesso un momento di accelerazione dei cambiamenti in atto.
Prendiamo, ad esempio, la peste di Londra del 1665, passata alla storia come la Grande Peste, romanzanta da Daniel Defoe. Questa epidemia fece 100mila morti nella sola capitale inglese, che all’epoca contava 400mila abitati. La mattanza fu dovuta all’alto numero di asintomatici che continuavano a viaggiare ed entrare in contatto con le persone. Come prevedibile, la causa della così ampia diffusione erano le condizioni igieniche della popolazione non agiata. Londra all’epoca era in piena crescita, ma erano in atto sconvolgimenti che avrebbero cambiato la storia dell’Europa e del mondo per sempre. Sul Tamigi si moltiplicavano le botteghe artigiane, nonostante le condizioni igienico-sanitarie ricordassero ancora quelle medievali. Sul piano internazionale, l’Inghilterra era in guerra con le repubbliche dei Paesi Bassi per il controllo dei mari, mentre sul versante economico interno, la peste, oltre a falcidiare vite, assestò un colpo mortale all’occupazione. Il mondo mercantile era agli sgoccioli e allo stesso tempo si gettavano le basi per il capitalismo che si manifesterà con la prima rivoluzione industriale. Nell’insieme di queste concause, la grande peste contribuì ad accelerare i processi di identificazione nazionale - che erano stati sanciti da Vestfalia nel 1648 - aprendo ad un destino comune, inglese e europeo, per i due secoli a seguire.
Facendo un salto di due secoli, arriviamo nella Napoli del 1884, dove in due mesi il colera aveva fatto registrare 14mila casi e 7mila morti. Si tratta della quinta epidemia colerica dell’ex capitale borbonica e un’altra arriverà nel 1892. Nel frattempo, il nuovo governo unitario aveva emanato nel 1885 la legge Depretis per il risanamento dei quartieri popolari. Il colera, in questo caso, non fece altro che accelerare il processo di sventramento di Napoli. I quartieri popolari raccontati da Matilde Serao furono parzialmente risanati e la città iniziò, in parte anch’essa, a somigliare alle capitali dell’Europa liberale.
Sempre nel 1892, molto più a Nord, ad Amburgo, si registrò l’ultima epidemia di colera in Germania. Anche in questo caso, le condizioni malsane di grossi strati della città, unite al conflitto tra comune e parlamento per la realizzazione di opere di bonifica e depurazione delle acque del fiume Elba, fecero il resto. Tuttavia, fu proprio grazie all’episodio di Amburgo che Robert Koch scoprì il batterio del colera. Sia lui che Louis Pasteur in Francia lavoravano alla relazione tra batteri e malattie dalla metà dell’Ottocento e il colera di Amburgo accelerò la scoperta. Non poteva essere altrimenti, stando alle stesse parole di Koch, chiamato d’urgenza come consulente: "Non ho mai incontrato abitazioni così malsane, grotte di peste e aree di riproduzione per ogni infezione come nei cosiddetti quartieri del corridoio che mi è stato mostrato al porto [...]. Dimentico di essere in Europa". L’accelerazione indotta dal colera condusse alla fondazione dell’istituto per l’igiene e l’ambiente di Amburgo, sulla scia di quello di Berlino fondato dallo stesso Koch l’anno prima. Inoltre, nel 1893 fu completato l’impianto di depurazione delle acque dell’Elba e fu realizzato il primo impianto di incenerimento dei rifiuti, oltre all’emanazione di una serie di nuove leggi per la costruzione di alloggi e quartieri.
Questi esempi di cambiamenti ci indicano che le pandemie e le epidemie non de-solidarizzano, ma creano narrazioni nuove di comunità dove i singoli trovano un loro senso e posto. Sono anche momenti di accelerazione delle trasformazioni economiche e di modernizzazione (soprattutto nel campo dell’igiene e dell’organizzazione urbana). Dopo una crisi più niente sarà come prima, o almeno, ci fanno avanzare su delle strade più sociali e più efficaci già spianate.
*Istituto di ricerche sociologiche dell’Università di Ginevra
17.05.2020


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