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Tra i profughi dopo l'enorme rogo che ha distrutto Moria
Immagini articolo
Dell'isola della speranza
restano polvere e miseria
MATTIA MARZORATI DALL'ISOLA DI LESBO


Il sole alto e rovente non lascia tregua, picchia duro sulle migliaia di persone che affollano il ciglio della strada in cerca di un riparo. Un riparo qualsiasi. Dalla collina si scorgono flebili colonne di fumo, strascico di una notte che ha forse messo la parola fine alla storia del campo profughi più grande d’Europa. A Moria, nell’isola greca di Lesbo, vivevano circa 13mila persone, per la maggior parte provenienti dall’Afghanistan. Lo scenario che rimane dopo il gigantesco rogo dell’8 settembre è paragonabile ad un campo di battaglia: la terra nera sporca di cenere, gli scheletri delle tende deformati dal calore, la plastica fusa e l’odore acre della combustione.
In pochi vagano fra queste carcasse in cerca di qualche effetto personale miracolosamente rimasto intatto. Il telefono cellulare è uno dei beni più ricercati, l’unico strumento di ricevere e mandare notizie ad amici e familiari lontani.
Tanti sono sparpagliati in mezzo agli ulivi, sotto le tettoie delle pompe di benzina, nei parcheggi dei pochi supermercati aperti e a bordo della strada che collega Moria con Mitilene, la principale città di Lesbo, nonché il punto di approdo delle navi e dei battelli.
A differenza dei cittadini greci e dei giornalisti, ai migranti è vietato oltrepassare alcune barriere. Autentici "muri" messi in piedi in fretta e furia dall’esercito e dalla polizia, che interrompono bruscamente la marcia di migliaia di persone. L’ordine è impedire ai migranti di raggiungere i centri abitati per prevenirne la dispersione ed eventuali disordini. I bus che tagliano perpendicolarmente la larga carreggiata che costeggia il mare sono l’ennesimo ostacolo che le persone si trovano ad affrontare. "La situazione nel campo - denuncia un ragazzo afgano - era insostenibile ormai da anni. Ci trattano come animali, vivevamo anche in dieci nella stessa tenda L’ermergenza del coronavirus è stata gestita in modo ridicolo: alcuni di noi sono risultati positivi ma nessuno è andato in quarantena. Questo significa proteggere la nostra salute?".
Il totale disinteresse nei confronti di queste persone sembra essere confermato da un giovane centrafricano che al momento dell’incendio si trovava nella "prigione" del campo, popolata da circa 200 persone. "Dal momento in cui abbiamo visto le fiamme avvicinarsi a quando hanno aperto i cancelli è passata circa un’ora. A nessuno importava della nostra vita. Pensavo che saremmo morti qui". Una sensazione provata anche da Alì, svenuto per il fumo all’interno della prigione e tratto in salvo da alcuni suoi amici poco prima che le fiamme divorassero la struttura.
La natura di questo enorme rogo potrebbe - ma è solo un’ipotesi - essere dolosa vista la presenza di diversi epicentri. Le voci più diffuse fra i migranti indicano come protagonisti alcuni cittadini greci, forse appartenenti a gruppi di estrema destra. Altri dicono che a dare fuoco alle tende siano stati gli stessi rifugiati sotto la spinta di alcuni abitanti dell’isola. Di certo c’è che il campo di Moria ospitava oltre quattro volte il numero di persone inizialmente previste e questa situazione ha portato allo stremo chiunque abiti a Lesbo.
Dove finirà tutta questa gente? Susan, siriana di 25 anni, ha cinque figli da mantenere ed è in cerca di medicinali e acqua. Molti come lei hanno bambini di pochi mesi da accudire e il protrarsi di questa nuova situazione di stallo rischia di avere pesanti ricadute sulla salute dei minori. Ed ecco perché dieci Paesi - tra cui la Svizzera - accoglieranno  i circa 400 minori non accompagnati presenti nell’isola greca. C’è da ricordare inoltre che le città di Zurigo, Berna, Lucerna, Ginevra e Losanna hanno chiesto al governo federale la possibilità di accogliere persone provenienti da Lesbo.
12.09.2020


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