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Cosa ha insegnato la prima ondata pandemica
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Tutti gli errori da non fare
faccia a faccia con il virus
ANTONINO MICHIENZI, DIVULGATORE SCIENTIFICO


La ripresa dell’epidemia con una forza peggiore rispetto alla prima ondata della scorsa primavera ha portato alla nostra attenzione sempre più storie di persone che non si sono ammalate pur essendo entrate in contatto con un malato. Donne e uomini che hanno vissuto normalmente con il partner poi scopertosi positivo, gruppi di amici che hanno trascorso molto tempo insieme, mamme che hanno accudito i figli malati senza riportarne nessuna conseguenza. Così, in tanti cominciano a nutrire dubbi sulla effettiva contagiosità del virus e sulla reale necessità di adottare le misure di protezione.
È bene chiarire subito. Sars-CoV-2 è un virus, oltre che pericoloso, anche molto contagioso. Ha però caratteristiche peculiari che lo rendono un po’ diverso da virus a noi più familiari come quelli dell’influenza. Queste caratteristiche possono trarci in inganno e indurci ad abbassare la guardia. E sarebbe un errore fatale.
Ecco perché.
Fin dall’inizio dell’epidemia, i ricercatori hanno notato una caratteristica dei contagi: non si distribuivano in maniera omogenea, ma "a grappoli". La gran parte dei focolai avevano origine da un numero limitato di eventi. In gergo vengono definiti "eventi super-diffusori" (super-spreader events, in inglese) e sono contraddistinti da due caratteristiche: la prima ha a che fare con le condizioni ambientali, la seconda con i partecipanti.
A oggi sono pochissimi gli eventi super-diffusori che si sono verificati all’aperto; la quasi totalità di quelli noti è avvenuta in luoghi chiusi, poco areati e in cui era concentrato un alto numero di persone: nasce da questa osservazione la decisione di chiudere cinema o teatri adottata da alcuni Stati.
L’altro aspetto riguarda le caratteristiche delle persone infette. La capacità di trasmettere l’infezione varia da persona a persona tanto che molte ricerche hanno appurato che fino al 70 per cento degli ammalati non contagia nessuna delle persone con cui entra in contatto. Al contrario, da una piccola parte di positivi deriva la maggioranza dei contagi: a oggi le ricerche stimano che tra il 60 e l’80 per cento di tutte le infezioni siano riconducibile a meno del 10 per cento degli infetti.
Perché alcune persone - che non è detto che manifestino forme più severe della malattia - abbiano una così alta capacità di contagiare gli altri è ancora oggetto di studio: è possibile che abbiano nel proprio corpo una quantità di virus molto alta o che Sars-CoV-2 rimanga nelle alte vie aeree superiori dove è più facile che venga espulso. In alternativa è plausibile che producano goccioline di saliva più piccole (il cosiddetto aerosol) che sono capaci sia di muoversi a una distanza più ampia sia di rimanere nell’aria per più tempo; né è escluso che producano goccioline atipiche con caratteristiche fisiche che consentono un più efficiente trasporto del virus. Anche la tendenza a parlare a voce alta pare possa giocare un ruolo fondamentale.
Mentre la ricerca cerca di svelare il mistero dei super-spreader, a noi spetta il compito di non cedere all’illusione ottica che ci suggerisce che il virus sia poco contagioso e ci potrebbe indurre a ridurre le difesa. È vero: la gran parte delle persone infette ha basse probabilità di trasmettere l’infezione, ma ovunque potrebbe essere presente un super-spreader. O magari potremmo esserlo noi. E rappresentare un serio pericolo per chi ci circonda.
14.11.2020


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