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Chi è guarito, chi ha perso un genitore... dolore e speranza
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Storie minime dal Covid,
racconti dall'emergenza
ANDREA BERTAGNI, PATRIZIA GUENZI, MAURO SPIGNESI


Storie minime dal fronte del Covid. Racconti, esperienze   di vita ai tempi del virus. A cavallo tra un lockdown e un allarme rosso.

Sconfiggere il virus a 101 anni
Dina Spinedi Rimondi aveva 101 anni quando si è ammalata di Covid ed è guarita. Non ha risentito granché dal contagio ma il confinamento di quasi venti giorni è stato duro. Ora, in piena seconda ondata, continua la sua vita dentro la casa Giardino di Chiasso, dove è entrata a cent’anni tondi tondi, occhi truccati, unghie smaltate, tacchi e ciuffo rosso. Perché prima, diceva, "nella cà di vegioni" non voleva proprio andarci. "I lunghi mesi del lockdown hanno ovviamente cognitivamente influito sulla mamma - dice la figlia Cinzia, che lo scorso aprile al Caffè aveva raccontato la sorprendente guarigione della mamma -. Ma tutto sommato la vedo pronta ad affrontare nuovamente questo brutto periodo". In qualche modo, così come altri ospiti, sembra infatti aver capito che c’è il bis. "L’altro giorno ho chiamato e mi hanno detto che la mamma stava leggendo ad alta voce il giornale, incurante degli altri a cui poteva dare fastidio". D’altro canto Dina mica è cambiata. È sempre stata una testa dura. Ancora deve nascere chi la fa ubbidire. Ha sì abbandonato i tacchi e il trucco ma non le unghie smaltate e i bei vestiti. Eppure quando era più giovane sosteneva che a novant’anni era tempo di morire. Poi sono arrivati i 95, i 100...

Un lutto che pesa
Ormai non la cerca neanche più la verità sulla morte del padre. In questi mesi è andata avanti, facendosene una ragione. "Si vede che le cose così dovevano andare", dice oggi, dopo otto mesi dal decesso dell’anziano genitore la figlia Maria Grazia. Il papà era ospite in una casa per anziani del Luganese e di cosa realmente sia morto resterà per sempre un punto di domanda. Maria Grazia ci ha provato ancora recentemente a cercare qualche risposta. All’Ufficio di vigilanza di Bellinzona, a cui aveva scritto lo scorso mese di giugno. "Mi hanno detto che sono cose lunghe, ci vorrà molto tempo, anche due anni...", dice Maria Grazia, che ancora si chiede come mai il padre non sia mai stato sottoposto a un tampone, mentre i medici le lasciavano intendere che probabilmente sì, aveva contratto il Covid-19. "So soltanto io quante volte ho chiesto di fargli il test. E lo chiedevo perché si comportavano come se papà il Covid ce l’avesse per davvero, pur lasciandolo tranquillamente frequentare gli spazi comuni, assieme agli altri ospiti". Un tormento. Che Maria Grazia fatica a dimenticare anche se, conclude, "temo che dovrò farmene una ragione, tanto mio padre nessuno me lo ridarà".

Il coraggio di aprire un’attività
Anahit Arakelyan si è buttata. Tre mesi fa ha aperto un piccolo atelier di sartoria in Città Vecchia a Locarno. "È stato un rischio, è vero - sottolinesa - ma io sono fatta così, sono ottimista di natura". Seduta dietro il suo banco di lavoro Anahit cuce, ripara e crea abiti. Con passione. La stessa che l’ha spinta ad aprire un’attività in questo anno maledetto. Tante le idee che ancora ha nel cassetto. "Che però per ora ho dovuto mettere un po’ da parte, perché la situazione sanitaria è così difficile che la clientela è molto spaventata". Talmente tanto, da non entrare neppure nel negozio anche se deve ritirare o consegnare qualcosa. "C’è chi lascia i vestiti fuori dalla porta", dice Anahit, mentre continua a fare andare le mani attorno alla macchina da cucire. Anahit Arakelyan è armena. E ogni giorno pensa al suo Paese. "Per i miei connazionali sarà un Natale davvero triste. Certo, anche qui non mancano le difficoltà. Mettiamo che decidano di chiudere nuovamente tutto cosa facciamo?". Uno scenario che confrontato con la guerra si ridimensiona, ma resta il fatto che per chi vive del proprio lavoro questo periodo è davvero duro.   

Una radio per tenersi compagnia
Parole per curare l’anima e la mente durante la prima ondata della pandemia. Ma anche musica. Come ha fatto Giotto Parini che dal nulla ha creato una radio web, Radio Carona Skonvolt. L’obiettivo era sconfiggere la solitudine, certo, ma anche "restare vicino agli amici e ai familiari sparsi un po’ in tutto il mondo", spiega. Sì, perché durante il lockdown tutti eravamo spaventati dal numero dei contagi, dei ricoveri, dei morti…  E poi le conferenze stampa delle autorità. Insomma, Parini ha pensato ci volesse qualcosa che sollevasse il morare, che, anche solo per pochi momenti, facesse pensare ad altro. "Serviva anche qualcosa da ascoltare, non soltanto da guardare - spiega - così con un gruppo di amici abbiamo deciso di fare la radio". Un esperimento che vive ancora oggi. "Anche se tutti siamo tornati a lavorare e si è perso un po’ l’entusiasmo iniziale", sottolinea il dj. Ma la radio resiste. Anche se si è un po’ perso quel luogo di aggregazione virtuale, quello di marzo. "Carona è un piccolo paese, dove i ragazzi vanno ancora in piazza per stare insieme. Ecco, la nostra radio in primavera ha sostituito tutto questo e credo ci sia riuscita".

Un sogno sfumato
A febbraio, mentre arrivavano i primi segnali della pandemia, lei - in attesa di un bambino - era partita per la Sardegna. Lui l’avrebbe dovuta raggiungere qualche settimana dopo per comnciare una nuova vita nell’isola. Poi era scattato il lockdown e la chiusura delle frontiere. Così Nicolò Mariani, artista e musicista (in arte Nic Gyalson) di Cadro, era rimasto bloccato. Aveva bussato a tutte le porte, da Berna a Bellinzona, per raggiungere la sua Andrea. Nulla. Tre mesi dopo, a maggio, aveva acquistato un biglietto per salire sulla nave che da Genova arriva a Olbia. Aveva compilato anche l’autocertificazione per sbarcare. E alla fine, chissà, aveva intenerito le autorità sarde. "Sì - racconta oggi Nicolò - alla fine sono riuscito a raggiungere Andrea. Ma la pandemia ha cambiato i nostri piani. Li ha proprio stravolti. Prima pensavamo di restare in Sardegna, invece poi siamo tornati in Ticino. E alla fine il nostro bambino è nato, e in fondo è questo l’importante". E così Nicolò Mariani, tecnico del suono, compositore, polistrumentista e fondatore delletichetta TouchTime Records, ha anche cambiato vita. "Oggi faccio prevalentemente il videomaker".

Un brano per gli infermieri
"Oltre il musicista faccio il consulente finaziario e tra i miei clienti, come tra i miei amici, ci sono tanti infermieri", racconta Nicholas Butti, componente del gruppo ticinese N&P, band Hip Hop e Rap che ha fondato con Pietro Airaghi. "Così quando mi è stato chiesto se potevo fare un brano da dedicare a chi ogni giorno combatte il virus nelle corsie degli ospedali ho risposto immediatamente di sì, ed è una risposta che mi è venuta dal cuore". Il suo singolo Senza fiato, l’ha realizzato (gratuitamente) per la giornata internazionale delle infermiere e per sensibilizzare sui temi della salute. "Purtroppo oggi dobbiamo fare i conti con questa seconda ondata di virus - riprende Nicholas Butti - e ancora una volta sono proprio loro, gli infermieri di nuovo in prima linea, con un ruolo molto importante. Ed è su questo, sulle loro paure, angosce e sogni che parla il mio brano. Spero solo di essere riuscito a tradurre in musica i sentimenti e di aver dato una mano per sensibilizzare le persone sulla fondamentale e vitale importanza del lavoro che svolgono questi professionisti della salute".
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14.11.2020


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