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Lavorano 15 ore al giorno senza diritti e sottopagati
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I raccoglitori di nocciole
nuovi "schiavi della gola"
GIANFRANCO QUAGLIA


Chini nel fango e fra gli alberi: donne, minori, anziani senza distinzione. Molti rifugiati siriani in fuga dalla guerra. Sono i 250mila raccoglitori di nocciole della Turchia, che con il loro lavoro (10-15 ore al giorno per 10 euro) garantiscono il 70 per cento della produzione mondiale alle multinazionali dolciarie (le statunitensi Mars e Mondelez, la svizzera Nestlè, la giapponese Meiji, la belga Godiva e l’italiana Ferrero). Lo scorso anno il Paese del presidente Recep Tayyip Erdogan ha esportato 320mila tonnellate di nocciole in 121 Paesi, con un reddito di oltre due miliardi di dollari.
La Coldiretti Piemonte, emanazione regionale della Federazione nazionale che rappresenta anche il più grande sindacato agricolo d’Europa (1,6 milioni di soci), ha commissionato a un giornalista-documentarista di Torino, Stefano Riogliatti, un reportage sulle condizioni di sfruttamento cui sono soggetti quei lavoratori di un prodotto molto ricercato, destinazione finale le multinazionali e i consumatori. Rogliatti aveva già realizzato un docufilm in Myanmar, per denunciare le condizioni inumane dei coltivatori di riso, il popolo Rohingya oggetto di un genocidio e strumento della dittatura birmana e di multinazionali che poi esportano il cereale in Europa: quella denuncia aveva scosso le coscienze dell’Occidente e accelerato il percorso di difesa e arresto delle importazioni sleali invocato dalla filiera risicola europea.
Il nuovo docufilm s’intitola Né tonda né gentile, quasi un controcanto alla nocciola "tonda e gentile" coltivata da duemila aziende del Piemonte su 23mila ettari con 20mila quintali, una cifra inferiore al fabbisogno, tanto che aziende come Ferrero di Alba (nota in tutto il mondo per la Nutella) attingono alla Turchia primo produttore del pianeta. Da tempo si sapeva delle condizioni di sfruttamento dei raccoglitori, anello iniziale di una catena che coinvolge le industrie. Qualche anno fa il "caso Turchia" era stato oggetto anche di un’inchiesta del New York Times. Le attenzioni sulla violazione dei diritti umani si sono fatte più precise e insistenti nelle ultime settimane, perché il prezzo delle nocciole turche, decisamente più conveniente, sta deprezzando ai limiti dei costi di produzione anche quello praticato sul mercato italiano. Da qui la reazione.
"Ma non è soltanto una questione di costi e guadagni - sottolinea Roberto Moncalvo presidente Coldiretti Piemonte -. Dietro ai dolci che mangiamo c’è un lavoro molto rischioso, senza tutele, senza contratto e svolto in condizioni di sostanziale schiavitù. La nocciola turca viene prodotta con metodi estremamente diversi e rischiosi anche per la salubrità del prodotto".
Né tonda né gentile, ma figlia degli schiavi. Questo il messaggio che Rogliatti lancia: "Ho voluto dare voce a chi voce non ha - afferma - testimoniare e accendere i riflettori sulla situazione precaria e disumana di centinaia di migliaia di lavoratori mi fa credere nella mia professione". Il grido d’allarme è un monito per i colossi dell’agroalimentare, nessun escluso. La caccia alla nocciola per produrre dolci coinvolge tutti, Nestlé compresa. Per la verità la multinazionale di Vevey non pensa soltanto alla Turchia. In Italia i celebri Baci Perugina (diventati Nestlé) saranno prodotti con la nuova varietà "Tonda Francescana", coltivata in Umbria, dopo un accordo stipulato con l’Università di Perugia e le principali organizzazioni agricole italiane. Un riconoscimento alle eccellenze del Made in Italy.
14.11.2020


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