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La sostenibilità è rosa, lo dice uno studio fatto in Svizzera
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Donne più sensibili
alla salute dell'ambiente
MARINA CAPPA


Titolari del quinto sui 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per un mondo sostenibile, dove si chiede di "migliorarne le condizioni di vita", le donne sono anche le più consapevoli sulla condizioni di vita dell’ambiente. Lo ha misurato un sondaggio condotto in Svizzera (il 65% delle signore, contro il 56% degli uomini è eco-impegnato), lo confermano le testimonianze in arrivo da tutto il mondo.
A partire dalla spazzatura, di cui - evidenzia lo studio internazionale su Gender Roles in Waste Generation and Management, confermando l’esperienza quotidiana di molte - a occuparsi sono soprattutto le signore, che però anche nella gestione dei rifiuti dimostrano una consapevolezza sull’importanza della raccolta differenziata decisamente maggiore rispetto a quella maschile, che ci si trovi negli Stati Uniti come in Nigeria. Se si calcola poi che ogni cittadino europeo produce 5 tonnellate di scarti l’anno, si capisce come il peso del "fattore R" sia cruciale. "R" inteso come riciclo, riuso. Ma anche "R" come rosa.
Passando dai bidoni dell’immondizia ai laboratori di ricerca, l’impegno femminile si conferma. C’è per esempio chi, come la professoressa Annamaria Ranieri e la sua équipe, per combattere gli sprechi alimentari - 1,3 miliardi di tonnellate l’anno: il 45% sono avanzi di frutta e verdura, il 30% vengono dai cereali e altrettanto dalle carni - lavora a molecole per "edible coatings", rivestimenti edibili che proteggono la conservazione degli alimenti. E c’è chi - come Chantelle Warburton, con il marito Hylton - ha lanciato, ormai qualche anno fa, in Sud Africa lo "smart bean": contenitore per fagioli al vapore realizzato con i baccelli degli stessi legumi che si mangiano. Dai fagioli il "cestino intelligente" si allarga adesso ad altre materie prime, così da trasformare gli scarti in risorse. Può succedere con le bucce delle arance oppure, uscendo dal reparto alimentare, con le mascherine anti Covid: preziosissime e tuttavia inquinantissime.
Fra i tanti campi di interesse ambientale, la plastica sta particolarmente a cuore al genere verde-rosa. Quando si parlava di plastica in ambito femminile, un tempo fa si pensava alla chirurgia estetica e alla prospettiva di ringiovanire il viso. Adesso è sul volto del pianeta che ci si concentra. L’ingegnere Nzambi Matee, kenyana di 29 anni, stufa di dover raccogliere bottiglie di plastica abbandonate, con la sua start up Gjenge Makers ha studiato il modo per farne buon uso e trasformarle in prodotti per l’edilizia, mattoni colorati. La storia ha un altro risvolto. Le donne impegnate per un futuro eco, il più delle volte giovani, sono spesso originarie di quelle zone del pianeta che qualcuno si ostina a definire "terzo mondo" e che però se da una parte producono povertà estrema e migrazioni, dall’altra cercano una propria strada per non essere più colonizzate dai "civili" inquinatori. Come ha detto di recente Bill Gates al Club de l’économie organizzato da Le Monde: sono i Paesi ricchi che "hanno la responsabilità non solo di ridurre le emissioni a zero, ma anche di usare il loro potere di innovazione per inventare soluzioni".
I Paesi ricchi e le donne ricche di risorse. Compresa la capacità, anche in periodo di pandemia, di fare squadra e avviare forum come Pink&Green o Women in Green, per provare a tracciare una strada lastricata non solo di buone intenzioni ma di attivismo verde.
27.03.2021


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