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Una risorsa tra le più sfruttate a rischio esaurimento
Immagini articolo
In un granellino di sabbia
ci sta dentro tutto il mondo
ROSELINA SALEMI


Fare castelli di sabbia. Nascondere la testa nella sabbia. Costruire sulla sabbia. Veder scorrere la sabbia del tempo. La sabbia è nelle frasi fatte, nel linguaggio comune, nei personaggi dei fumetti (Sandman, della Dc Comics) nei dipinti buddisti, nelle leggende popolari. Ma nessuno immagina quanto il mondo possa essere racchiuso in un granello come nei versi di William Blake. Nessuno immagina che questa risorsa, la più sfruttata dopo l’acqua, possa esaurirsi. Ci voleva Vince Beisier, giornalista americano pluripremiato, per scoprire la verità e farne un’inchiesta.
"La sabbia è il principale materiale di cui sono fatte le metropoli. Rappresenta per le città ciò che la farina rappresenta per il pane, ciò che le cellule rappresentano per il corpo: è l’ingrediente invisibile ma fondamentale, dell’ambiente urbano - racconta Beisier nel saggio Tutto in un granello (Aboca) -. Guardatevi intorno, c’è un pavimento sotto i vostri piedi, avete un tetto sulla testa? La probabilità che tutto questo sia fatto di calcestruzzo è molto alta. E che cos’è il calcestruzzo? Sabbia e ghiaia agglomerate insieme nel cemento".  
C’è sabbia negli edifici, nei vetri, nelle strade asfaltate, nei chip di silicio dei computer, nella carta delle stampanti, nella colla dei post-it. Ovunque. Le più grandi fortune americane sono state costruite sulla sabbia. Henry J. Kaiser, uno degli industriali più potenti del XX secolo, ha cominciato vendendo sabbia e ghiaia ai costruttori di strade nel nord-ovest del Pacifico. Henry Crown, che una volta possedeva l’Empire State Building, dragava la sabbia del lago Michigan. L’edilizia mondiale divora ogni anno 130 miliardi di dollari di sabbia, 50 miliardi di tonnellate. Secondo il programma Onu per l’Ambiente, ne usiamo quanta ne servirebbe per costruire un muro di 27 metri intorno all’equatore. La sola Cina, tra il 2011 e il 2013, ha consumato più cemento degli Usa in tutto il XX secolo. Dune spianate, isole sventrate al punto da farle sprofondare, scempio delle coste. C’è un tale bisogno di quella "pregiata" per le costruzioni che a Dubai, ai margini di un enorme deserto, la importano. Sembra incredibile che qualcuno venda sabbia agli arabi, eppure è così. L’isola artificiale di Palm Jumeirah ha richiesto 385 milioni di tonnellate di sabbia. Esaurita quella dei fondali, l’emirato è stato costretto a comprarla in Australia per completare il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo. Singapore ha interrato per quarant’anni ampie porzioni di mare con la sabbia acquistata da Vietnam, Malesia, Cambogia e Indonesia aumentando la superficie di 130 km2 (il 20% dell’intero Stato).
Poi c’è la mafia. Nel Sud Est asiatico, per la sabbia si ruba e si uccide. La più grande organizzazione criminale si trova in India: lungo il Vasai Creek, 75mila uomini lavorano illegalmente nell’estrazione sottraendo due miliardi di tonnellate l’anno. Un ritmo insostenibile. La Germania, tra le nazioni europee che ne consumano di più (4,6 milioni di tonnellate l’anno) ha vietato i castelli di sabbia nelle zone costiere per impedirne la dispersione. Passano da cento ai mille anni tra l’erosione della pietra e il momento in cui, attraverso i fiumi, la sabbia raggiunge l’oceano. La civiltà contemporanea, se ci si mette d’impegno, potrebbe esaurirla nel 2100.
27.03.2021


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