Com'è cambiato l'Everest a 60 anni dalla prima ascesa
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Sogno e incubo
dell'avventura
MASSIMO SCHIRA


Avesse potuto prevedere le conseguenze di quella storica ascesa agli 8.848 metri del "tetto del Mondo", forse Sir Edmund Hillary avrebbe rinunciato a gloria, onori e anche al titolo di "baronetto" per una delle grandi avventure del Ventesimo secolo. In sessant'anni di storia, da quel 2 giugno del 1953, si è infatti passati attraverso la corsa agli Ottomila e l'alpinismo himalayano. Per arrivare, oggi, al turismo degli Ottomila. Con al centro sempre lui, sempre il "tetto del Mondo". Sogno e maledizione di generazioni di alpinisti dove, trent'anni fa, Romolo Nottaris guidò la prima spedizione ticinese sulle pendici di quella che per i tibetani è la "madre dell'universo".
"Il 1983 fu l'anno in cui la Cina aprì per la prima volta le sue cime alle spedizioni europee - racconta Nottaris -. Cogliemmo l'occasione per sfruttare uno di questi permessi. Personalmente arrivavo a quell'avventura tutta ticinese con già qualche esperienza di altissima quota, sul Gasherbrum II (8035 metri, vetta raggiunta nel 1981, ndr) e con il primo tentativo assoluto in invernale sul Makalu con Jean Troillet, dove affrontammo due bivacchi oltre gli 8.000 metri. All'Everest fu per noi una spedizione sfortunata, soprattutto per la meteo. E io mi ruppi anche una gamba nel punto più alto che raggiungemmo. Una delle mie spedizioni più complicate".
Negli anni, l'alpinismo d'altissima quota ha subito molte evoluzioni e trasformazioni. E non sempre positive, anzi. "Per un alpinista che cerca l'avventura vera, di cime inesplorate ne rimangono da scoprire di estremamente affascinanti, specie tra i 7.000 del Pakistan - osserva il documentarista e guida alpina Mario Casella, promotore del progetto Crealpina -. Ma la gente, i clienti, fanno fatica ad entrare in questo modo di pensare. E lo capisco. A volte inseguono il sogno di una vita, che si chiama Everest, ed è giusto che, se ne hanno la possibilità, cerchino di realizzarlo. Certo è che in questi luoghi l'aspetto commerciale è oggi preponderante". Secondo Nottaris, poi, i progressi in senso strettamente alpinistico per l' Himalaya sono stati limitati rispetto a quelli che definisce "suoi tempi". "Tutto sommato sugli Ottomila siamo rimasti un po' lì  - osserva divertito -. A quote più basse, invece, i giovani hanno fatto grandi imprese. Nel 1983 sull'Everest non ce l'abbiamo fatta anche perché credo non fossimo davvero all'altezza. Non dico che non fossimo bravi e preparati a sufficienza, ma mancava un tantino la componente esperienza. Fondamentale a queste quote".
Casella sottolinea però anche come la dimensione dell'avventura, in questo contesto, sia ormai persa. "Sono stato all'Everest, al campo base, un paio di volte negli anni Ottanta e già allora era un autentico villaggio - precisa -. Non sono di quelli che condannano chi spende 40 o 50mila dollari per salire sull'Everest, invito solo a riflettere su alcune conseguenze, come il numero di sherpa che muoiono per attrezzare l'Icefall, la cascata di ghiaccio che dà accesso all'Everest sopra il campo base. Senza il loro lavoro sarebbe quasi impossibile accedere alla montagna. Per fortuna lo spirito del voler ridare qualcosa a queste popolazioni sta un po' emergendo".
Una tesi sposata senza esitazione anche da Nottaris. "Negli anni successivi al 1983 ho completamente rinunciato all'Himalaya, perché non ho mai provato interesse nel salire una via normale come fanno le spedizioni commerciali oggi - afferma -. Alpinisticamente non c'è più nulla che abbia a che vedere con quanto fatto negli anni Ottanta. La normale via dell'Everest la farei ancora oggi a settant'anni. Del resto ci sono clienti che spendono fino a 120mila dollari per tentare la salita. Ognuno è libero di fare quel che vuole, ma questo non è certamente l'alpinismo che amo. Ho sempre cercato qualcosa di diverso".
Anche se, poi, il piacere della scoperta in senso lato non abbandona mai veramente chi ha nel cuore queste regioni discoste e - in un certo senso - misteriose. "Da giovane si cerca la prestazione, si va a caccia della prima assoluta, mentre col passare degli anni ho scoperto quello che sta ai piedi delle montagne - conclude Mario Casella -. Come vivono, o sopravvivono, queste persone. Poi, magari, durante un trekking in Ladakh scopri una scuola ticinese retta da un'Ong locale. C'è più sensibilità di un tempo per queste popolazioni e queste culture. Anche se questo è certamente un aspetto che non gode della mediatizzazione di cui ha beneficiato la corsa agli Ottomila".
mschira@caffe.ch
@MassimoSchira
05.05.2013


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