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Robert Barradi, apicoltore al centro di una lotta giudiziaria
Immagini articolo
"Le mi rare api nere
non sono sciami killer"
PATRIZIA GUENZI


Un braccio di ferro che dura da tre lunghi anni. Una saga giudiziaria rimbalzata dalle autorità comunali al Tribunale federale e ritorno e che ha tutta l’aria di non terminare tanto presto. Protagonista Robert Barradi, 75 anni, fotografo, editore e apicoltore per passione in lotta con Comune e Cantone. La causa? Le sue 30mila api. Una specie rara, Apis mellifera mellifera, per cui in Vallese c’è un centro di fecondazione. Ma a Barradi è stato ordinato di distruggerle perché mordaci con vicini e passanti. "Non ci penso proprio, anni e anni di duro lavoro - dice al Caffè l’uomo -. Mi portino le prove che sono state loro a pungere i vicini".
Un botta e risposta che, come detto, va avanti da tre anni e più, e recentemente è tornato al punto di partenza. Tutto ha inizio nel 2016 quando i vicini di Barradi, proprietario di una delle ultime case patronali di Martigny, 1.300 metri quadri di verde, si lamentano per le numerose punture. La vicinanza di un asilo peggiora la situazione e agita gli animi. A giugno la polizia cittadina taglia la testa al toro e ordina di distruggere immediatamente e sul posto le arnie, perché abitate da esseri che stanno causando un enorme disturbo all’ordine pubblico. Due poliziotti si presentano a casa di Barradi, accompagnati da un ispettore, per eliminare le colonie di api. "Due killer", li definisce Barradi, che in quattro e quattr’otto organizza un ripiego. Carica gli alveari sul suo rimorchio e li trasferisce fuori comune, da amici. "Tanto per peggiorare la situazione - ricorda Barradi -, un agente si fa pungere. Le chiedo se per caso aveva un profumo che poteva eccitare gli insetti, mi risponde di aver fatto la doccia con un gel al miele...".
Scherzi a parte, Barradi non si capacita di ciò che gli sta capitando. "Tanto per cominciare non sono il solo in zona a possedere api - dice -. Insistono nel dire che le mie sono pericolose mentre io le avvicino tutti i giorni e non ho mai notato un comportamento aggressivo. Che lo provino". Difficile pensare ad un’analisi del Dna. Ma anche se fosse, le punture ormai risalgono a tre anni fa e le presunte colpevoli sono morte da tempo. "La vita di un’ape varia dai 40 ai 180 giorni", sottolinea.
Intanto l’ordine di distruzione resta valido, anche se gli alveari sono stati spostati e non potranno più tornare sul territorio comunale. "Vedremo", commenta l’apicoltore a cui hanno dato torto il Comune, il Consiglio di Stato e il Tribunale cantonale. Sul suo capo pende una multa per non aver ubbidito a una decisione dell’autorità.
E nella querelle arriva la più alta corte del Paese. Lo scorso marzo ribalta il tavolo. Per il Tribunale federale un’ape sola non è oggetto di diritto reale. La regina e lo sciame nella loro globalità invece sì. Ecco perché tutto resta immutato, dall’ordine di distruzione alla multa, anche se gli insetti incriminati sono morti. Ma qui arriva la sorpresa. Mon Repos giudica arbitraria la decisione della Corte cantonale che ha rigettato il ricorso dell’apicoltore perché le sue arnie non avevano avuto alcuna autorizzazione per la costruzione. Sino a quel momento nessun reclamo su questo aspetto era stato mosso. Il Tribunale federale si lancia pure in una sorta di lezione di etimologia e spiega che il termine alveare riguarda il rifugio arredato o la colonia che vi abita. La questione non è distruggere gli alveari bensì eliminare gli sciami. E così il dossier ritorna al Tribunale cantonale. "L’assurdo è che la presidente del Comune ha dichiarato che le api non sono proibite in città e che io non sono il solo ad averle. Inoltre, nel Vallese c’è una stazione di fecondazione per le api nere, le mie. Da un lato le si protegge e dall’altro le si vuole distruggere? Ricordiamo che senza di loro un terzo di tutto quello che abbiamo oggi nel piatto non ci sarebbe".
pguenzi@caffe.ch
09.06.2019


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