L'iniziativa di un'insegnate di un comune del Comasco
Immagini articolo
"Fotografo la gente
e racconto il paese"
MAURO SPIGNESI


Messe una dietro l’altra, come in un immaginario puzzle animato, raccontano l’anima di una comunità forse meglio di un libro di storia. Perché qui, a Barni, meno di 700 anime sopra il lago di Como, sulla strada che costeggia il fiume Lambro a venti minuti d’auto dal confine svizzero, l’intero paese è finito dentro una mostra collettiva. "Un Paese in Posa", appunto, che racchiude insieme passione, tradizione, vicende umane e vecchi mestieri, che hanno attraversato quasi un secolo.
L’idea di scattare le fotografie di tutte le duecento le famiglie che vivono quassù a oltre 600 metri d’altezza è venuta a una insegnate delle scuole medie, Giulia Caminada, che ha voluto dare un taglio antropologico al suo lavoro. Caminada non è nuova a queste esperienze. Dal 1999 al 2002 ha portato avanti un progetto sul territorio di frontiera, "Le Terre del Lario e del Ticino dalla parte dei bambini", promosso da Provincia di Como e dal consiglio di Stato ticinese. Ora si è inventata un autentico museo etnografico a cielo aperto. Perché ogni ritratto è un brandello di storia che racconta un’altra storia, che scava lungo le radici e l’identità di un luogo. "Ogni persona che ho fotografato - racconta Caminada che è appassionata e studia il dialetto - teneva in mano un simbolo importante per la sua famiglia, quasi sempre un oggetto dimenticato, ripescato in soffitta". Ed ecco, allora, che sono tornati in vita gli attrezzi per la filatura, quelli della bottega del falegname, quelli dell’alpe usati per fare burro e formaggio, il vecchio aratro soppiantato dal trattore. O la pentola, la scaldina per rendere meno gelido il letto.
"Devo dire che quasi tutti gli abitanti hanno accettato di farsi fotografare", racconta Caminada. Ma questa mostra all’aperto, disseminata lungo stradine che si attorcigliano nel paese, con le grandi immagini in bianco e nero che spuntano negli slarghi che sembrano minuscole piazze, o nelle corti di Barni, non ha lasciato nulla al caso. Ogni ritratto viene presentato in un preciso luogo, con un oggetto appunto e con le persone, spesso nonni, figli, nipoti, generazioni che si trascinano dietro magari lo stesso soprannome e offrono il senso del tempo che corre e va via. "Appena abbiamo inaugurato la mostra - racconta ancora Caminada - quassù sono arrivati centinaia di visitatori. Anche molte scuole. Poi come è normale c’è stato un calo. Ma è bastato un articolo di giornale per far riprendere l’interesse e far risalire il numero di presenze. Anche molti turisti giunti dagli Stati Uniti per visitare il lago di Como sono rimasti incuriositi dall’iniziativa". Altrimenti non avrebbero mai saputo dell’esistenza di un paesino di nome Barni, dove c’è una chiesetta romanica con affreschi che risalgono al cinquecento e che è segnalata dal Fondo ambiente italiano (Fai).
Più di una volta gli antropologi hanno compiuto operazioni simili. C’è stato il caso di Arturo Zavattini che insieme a Franco Pinna e altri grandi reporter hanno scattato le immagini del sud Italia, restituendo in bianco e nero racconti di vita e ritratti di comunità, con i testi di Ernesto De Martino. Ma questo genere di narrazione, con l’irruento avvento della tecnologia, sembrava ormai in disuso. Ora da Barni invece riparte come una sorta di operazione di marketing della cultura popolare. "Una retrospettiva - si dice nella presentazione dell’iniziativa - che dà modo ai visitatori di entrare nelle radici di una comunità eletta a simbolo dell’Italia più genuina in uno scenario ambientale naturale e rilassante". Potrebbe essere un modello da replicare per far riassaporare alla gente il sapore delle cose semplici. Che poi, come ha spiegato Giulia Caminada, sono la memoria storica, il segno del "passaggio dalla civiltà della parsimonia a quella del consumismo, che proprio in questi anni è attraversata da una profonda crisi".

mspignesi@caffe.ch
23.06.2019


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